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LETTERA AL DIRETTORE DE IL MONFERRATO

 

Caro Direttore,

da molto tempo nei nostri territori – Turismo – è diventato il titolo di un continuo dibattito pubblico a cui partecipano in molti e spesso con autorevoli visioni. Io non ho alcuna pretesa, ma vorrei con chiarezza esprimere il mio pensiero e quindi La ringrazio per l’ospitalità. L’Italia è un Paese turistico e anche il Piemonte lo è. Ma il turismo non è una vaga qualifica, è economia, quindi è impresa, è sistema ricettivo, commercio, agricoltura, trasporti ed è posti di lavoro, molte volte tanti posti di lavoro. Il Piemonte dimostra, ancor più di altre Regioni, che i dati sono in continua crescita grazie a quattro prodotti: Torino, città della cultura con la sua specificità sabauda; la montagna, con l’offerta “estate” in espansione più dell’offerta “inverno”; i laghi e la collina.

Quello che voglio dire è che nel mondo, perché è nel mondo che questi prodotti si vendono, il Piemonte è scelto per queste ragioni, non per altre. Per non divagare analizzo le opportunità che derivano dal prodotto “collina,” opportunità che interessano il nostro Monferrato che, oltre ad essere un territorio dove l’enogastronomia ha tratti di assoluta eccellenza, dove la bellezza del paesaggio restituisce emozioni indimenticabili, dove le storie di diverse civiltà hanno lasciato tracce indelebili, il Monferrato, dicevo, è anche un Patrimonio dell’Umanità grazie agli Infernot. Un Monferrato, il nostro, che cresce ma cresce meno di altre colline piemontesi pur avendo potenzialità maggiori. Abbiamo una bellissima storia da raccontare, e la raccontiamo, ma in questo settore economico la storia va ascoltata altrove non basta raccontarla qui. E quello che dobbiamo ora domandarci è se nel mondo la stanno ascoltando, se usiamo gli strumenti giusti per arrivare là dove altri in competizione con noi arrivano e arrivano già da tempo. Vorrei affermare l’idea che è fondamentale una sola organizzazione professionale, almeno di dimensioni provinciali, che ci promuova con una strategia adeguata nei mercati dove la nostra proposta può essere acquistata. Una sola organizzazione che sappia tenere insieme pubblico e privato a partire dagli investimenti. Non è più il tempo di parlare al mondo con le voci di ogni singolo Comune, di ogni Pro Loco di ogni Comune, con la voce di singole imprese e nemmeno di Consorzi di imprese. E non è neppure più il tempo di raccontare al mondo la nostra storia con l’autonomia della voce di Fondazioni Bancarie o della Camera di Commercio. Non è più possibile farlo semplicemente perché quelle voci non arrivano. E’ tempo di mettere insieme le nostre forze, almeno nel territorio della provincia di Alessandria, con un progetto turistico con cui essere sfidanti nel mondo e grazie al quale è possibile sviluppare imprese e posti di lavoro. Ed è tempo di promuovere i nostri campanili, non di arroccarci all’interno. Altrove, e nemmeno tanto lontano da noi, fanno così. Proviamo insieme a leggere qualche numero del bilancio consuntivo 2017 dell’Atl Langhe Roero? Il valore della produzione dell’ultimo anno è oltre 1 milione e 300 mila euro di cui, tra le voci maggiori, 354 mila dall’imposta di soggiorno, 390 mila da contributi di Enti pubblici (Alba e Bra versano 85 mila euro a testa), 450 mila da contributi di soci. Per l’Atl della Provincia di Alessandria (Alexala) i numeri sono differenti prova ne è il bilancio che si aggira attorno ai 350 mila euro. Difatti gli Enti pubblici e privati investono ben poche risorse: la Provincia di Alessandria non è socia dell’Atl e i Comuni centri zona nel 2017 hanno investito solo 1705 euro ciascuno. La Camera di Commercio ha contribuito con 5705 euro e la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria con 3410 euro. E l’effetto di questi numeri è riscontrabile nei ricavi, nei nostri flussi turistici non paragonabili a quelli delle Langhe e del Roero e certamente nelle imprese del settore turistico e nei posti di lavoro. In ogni caso vedo segnali positivi e scelte all’orizzonte lungimiranti. Sta maturando la giusta consapevolezza nelle Istituzioni e io, caro Direttore, voglio esprimerLe tutto il mio ottimismo.

Domenico Ravetti – Consigliere Regionale – Capogruppo del Partito Democratico

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TERZO VALICO. “MI INTERESSANO I 2394 LAVORATORI E IL FUTURO DEL PIEMONTE.

Conclusa l’Audizione in II e III Commissione con le organizzazioni sindacali in merito alle ricadute occupazionali connesse alla realizzazione del Terzo Valico. Ho ribadito che è impensabile fermare l’Opera e che il Governo deve aiutare il Piemonte e l’intero Nord Ovest a terminarla per connettere il nostro territorio con il resto del mondo. Serve tenere alta l’attenzione su legalità, rispetto dell’ambiente e della salute, certezze economiche e sviluppi stabili legati in particolare alla logistica. Sono preoccupato dell’atteggiamento di Lega e M5S e lo scrivo dopo averlo detto chiaramente durante la Commissione, non per l’analisi costi – benefici ma per i pregiudizi. Peraltro la reazione dei colleghi del M5S al mio intervento mi ha lasciato basito. Hanno sostenuto che io li ho “presi per i fondelli”. Carissimi, io esprimo opinioni liberamente, come si dovrebbe fare in Democrazia e continuerò a farlo finché avrò voce. E, se proprio cercate lo scontro politico, vi dico che vorrei evitare a 2394 lavoratori impegnati nell’opera il vostro incerto “reddito di cittadinanza” a causa di licenziamenti improvvisi. In ogni caso per conto del Gruppo PD del Consiglio Regionale formalizzerò la richiesta di un Consiglio Regionale “aperto” sul tema delle Infrastrutture che meritano manutenzione, che devono essere completate o realizzate ex novo.

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10 ANNI DI CHIRURGIA ROBOTICA IN ALESSANDRIA

(La traccia del mio intervento al Convegno.)

“La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Mi accontento di dire questo alla società della conservazione, cioè di cambiare quando serve, un po’ alla volta. Però io e voi che siete dei professionisti della sanità, sappiamo bene che la conservazione dello status quo è di per sé un arretramento. Se in palio nelle nostre scelte ci fosse solo il nostro destino, noi potremmo giocare nella nostra confort zone per tutto il tempo che riteniamo di starci, consapevoli o meno di conservare una posizione che è già di fatto una retrocessione. Ma io, noi, compiamo scelte i cui effetti non riguardano solo il nostro cammino, ma quello degli altri, il loro cammino; nel vostro caso la salute degli altri, la speranza, la vita degli altri. L’obiettivo non è l’eternità ma il miglioramento delle condizioni di vita della nostra gente. E finché ci sarà uno scarto tra quello che facciamo e quello che si potrebbe fare noi dovremo cambiare. Dobbiamo avere fiducia nella nostra capacità di interpretare il necessario cambiamento. Ma preso atto che per noi il cambiamento è una costante, un fattore dinamico, non statico, la domanda su cui dobbiamo riflettere è “Quale cambiamento?” o se preferite “Chi decide la direzione del cambiamento?”. Domande pertinenti che meriterebbero risposte chiare con indicazioni inequivocabili. Risposte che non dovrebbero nascere negli anfratti oramai nemmeno più tanto nascosti della società degli interessi particolari, professionali, politici, molte volte banalmente individuali e nella nostra provincia anche dannatamente territoriali. Il mio punto di vista ormai è noto: il metro di misura è nell’autonomia della scienza, questione di non poco conto nel momento in cui anche i decisori Istituzionali su alcuni ambiti la mettono in dubbio. Ma non abbiamo alternative, dobbiamo con ostinazione difendere l’autonomia della scienza destinando risorse pubbliche con l’aggiunta di investimenti privati. Ricerca farmacologica e per l’innovazione tecnologica abbinata alla formazione professionale. Qui sta lo scarto tra ciò che c’è e ciò che servirebbe. E quello scarto va colmato nella consapevolezza che il sistema sanitario pubblico merita l’adeguamento del Fondo che lo sostiene, più personale medico e infermieristico e una connessione universitaria più adeguata alle esigenze del territorio e degli ospedali. A me pare che la gestione del cosiddetto “numero chiuso” in medicina sia una prassi conservativa tutta da ridiscutere.

In questa provincia abbiamo ancora molto lavoro da fare. Non voglio qui riaprire il dibattito e tantomeno riaprire le ferite sulla riforma sanitaria. Il passato l’abbiamo già vissuto, mi interessa il futuro. E per il futuro noi abbiamo già segnato a terra alcune evidenti tracce che dobbiamo leggere ed interpretare per offrire una prospettiva migliore ai cittadini. Alcuni ridevano quando anni fa pochi fra noi prospettavano per questo territorio spazi per dipartimenti universitari di medicina. E altri ancora ironizzavano sull’ipotesi di sviluppo della ricerca scientifica correlata alle esigenze della provincia. Oggi non ride più nessuno: gli studenti hanno già partecipato alla selezione per essere ammessi qui in Alessandria al corso di Medicina e tra gli obiettivi delle Aziende sono stati chiaramente definiti quelli per la ricerca scientifica e biomedica. Dobbiamo andare avanti uniti e con convinzione.

Tra le tracce per il futuro c’è il presente e oggi siamo qui per i primi 10 anni di chirurgia robotica in Alessandria. Guardo tutti i protagonisti di allora e in particolare il dottor Giuseppe Spinoglio: questi 10 anni sono per me il simbolo della “misura dell’intelligenza che è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Altre tracce altrettanto importanti sono a nostra disposizione in ogni angolo delle nostre strutture. Vi prego però di credermi che le tracce meno evidenti, ma potenzialmente ancora più utili, sono dentro di voi. Sono nella vostra volontà di diventare protagonisti del futuro. Quelle tracce vi permetteranno di continuare nel tempo a servire e a sorprendere i cittadini.

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Non bastano nemmeno Libertà e Giustizia, la dignità di un popolo e l’equilibrio di una società vengono garantite soprattutto dallo sviluppo.

Popolo, sindacati e imprenditori, giovani e meno giovani devono sentire il profumo delle emozioni sociali e culturali rigeneranti, unitamente a una visione di società del futuro, concreta, visibile e misurabile

Ho ripreso alcuni passaggi dell’articolo di Franz Foti pubblicato sull’Huffingtonpost due settimane dopo la sconfitta del PD e di tutto il centrosinistra alle “Politiche” avvenuta il 4 marzo 2018. Le ho rilette con l’odore della sconfitta e il male delle ferite respirato e provato in quei giorni. Nelle parole ho ritrovato tuttora il rapido bisogno di ripartire, di rimettersi in cammino lungo un percorso nuovo in un terreno privo di zone confortevoli per gli attuali dirigenti del PD e della Sinistra. Dobbiamo metterci in discussione prima di iniziare una nuova discussione con il Popolo che c’è, soffre, sogna, ha paura, ha speranza, ha talento o da solo non ce la fa. Noi questo cammino non l’abbiamo ancora iniziato.

“…Il Partito della nazione o il Pd rigenerato, devono porre mano a un nuovo progetto politico e sociale, di democrazia interna (i circoli), ritessendo il rapporto con la società, dunque una vera sinistra sociale, legata ai bisogni concreti della comunità, con un progetto ambizioso e con strumenti di gestione democratica alternativi a quelli usati sino a ora. Il Pd, allo stato attuale, è già vecchio. A nulla servono rimpianti e detestabili critiche tra minoranze e maggioranze. Hanno perso ambedue e sonoramente. Il Pd oggi potrebbe ripartire da poli estremi, pensionati e nuove generazioni, strutturando piani straordinari per l’occupazione giovanile e i disoccupati. Riscrivendo lo stato sociale, puntando a facilitare l’accesso ai servizi per gli anziani e rivedendo l’assetto pensionistico sino a 1.000 euro mensili, rafforzando gradualmente tutte le pensioni per fasce di reddito. Progettando piani straordinari d’investimento nei settori dell’agricoltura, dell’ambiente, delle infrastrutture e del turismo nel sud. Riscrivendo la distribuzione della spesa pubblica, contemplando soprattutto le periferie nazionali (paesi e borghi) evitando di concentrarla prevalentemente nelle città capoluogo di regione. Collegando scuola e università ai vari sistemi di mercato del lavoro e alle nuove tecnologie facilitando le famiglie nel sostegno agli studi dei propri figli. Riformando il sistema dei diplomi, delle lauree e della specializzazione professionale entro il ciclo quinquennale, evitando lungaggini anacronistiche. Riformando radicalmente la Pubblica Amministrazione, tagliando quello che c’è da tagliare, ricorrendo anche al referendum. Tutto ciò deve essere sostenuto da un nuovo patto di democrazia e di rappresentanza politica con la società, ricomponendo la profonda frattura che tocca l’affidabilità e la trasparenza delle decisioni delle istituzioni pubbliche a ogni livello. Ripristinando la sicurezza nei quartieri e nelle città dove la libera circolazione sul territorio diventi ordinaria amministrazione. Garantendo diritti e doveri nel rispetto di un sistema di regole che garantisca anche l’espiazione delle pene. Un patto sociale quindi con le diverse comunità locali e nazionali per stroncare mafie e corruzione. Il volto morbido e arrendevole del lassismo verso mafie e corruzione deve essere riposto negli armadi dei ricordi. Non bastano nemmeno Libertà e Giustizia, sono valori inderogabili, ma la dignità di un popolo e l’equilibrio di una società, vengono garantite soprattutto dallo sviluppo. Popolo, sindacati e imprenditori, giovani e meno giovani devono sentire il profumo delle emozioni.

 

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Chi vuole il bene del Raduno deve dire la verità.

RADUNO MADONNINA DEI CENTAURI

I problemi sono altri, lo so bene. Dalle crisi aziendali, passando dalla gestione dei migranti fino ad arrivare alle insicurezze sociali ed economiche, gli spazi non mancano per provare a cambiare il senso di tante storie. Solo che, nonostante la mia settimana di distacco dal Piemonte, la lettura dei giornali mi riporta alle nostre terre e alla cronaca meno impegnativa degli eventi sportivi e culturali. La lettura mi obbliga ad una riflessione, in particolare sull’evento che più di altri in Alessandria e nell’alessandrino ha caratteristiche internazionali, per la sua storia e per la presenza di stranieri che partecipano. Almeno, che dovrebbero partecipare. Ma partiamo dal principio. Il Raduno Internazionale Madonnina dei Centauri è giunto alla 73° edizione e sembra mostrare il peso dei suoi anni. L’avevo già scritto qualche anno fa ma lo riscrivo da innamorato del Raduno, da alessandrino e da castellazzese. Mi pare corretto specificare che un sentimento autentico per qualcosa o per qualcuno impone la forza e il coraggio per provare a dire la verità. E se affermo che il Raduno si sta spegnendo non lo faccio per rivolgere pubblicamente una critica contro chi si impegna per organizzarlo ma per chiedere di maturare la consapevolezza che così non possiamo andare avanti. Non servono i pretesti o gli alibi, e nemmeno i colpevoli. Cioè, non serve a nulla dire che è colpa del percorso che è cambiato, del Rettore che non fa entrare più le moto nel Santuario, del decreto “Gabrielli” sulla sicurezza negli eventi pubblici. Non suoni come una provocazione ma serve a poco o a nulla anche usare “le belle parole” per dire che a Castellazzo Bormida ha funzionato la Mezzanotte Bianca o la Sagra del Raviolo, perché quelli sono due momenti di straordinaria unità del paese che (forse) funzionerebbero a prescindere dai Centauri. Funzionerebbero comunque (forse) perché la formula è accattivante e garantisce un buon successo soprattutto ai commercianti e alla Pro Loco. E non serve a nulla nemmeno far salire sul palco delle autorità tutta la Giunta di Alessandria per dimostrare interesse alla manifestazione e il coinvolgimento della città.

La questione vera è che così com’è rischia di non essere più un Raduno Internazionale, tantomeno europeo e forse nemmeno tra i più partecipati d’Italia.

Io sono molto preoccupato e non solo per i numeri di domenica (ve lo assicuro, partecipo da 40 anni)so che sono inferiori rispetto al passato sia negli iscritti che nel libero corteo, un corteo certamente più ordinato rispetto agli anni passati, e ci mancherebbe ancora!

C’è, resiste, ed è ancora rilevante il profilo religioso della manifestazione, solo che non basta più. Allora è arrivato il tempo di cambiare. Da subito i Sindaci Cuttica di Revigliasco e Ferraris organizzino una riunione con la Federazione Motociclistica Italiana, con i due Moto Club, con Regione Piemonte – Assessorato Turismo e Manifestazioni -, con la Camera di Commercio, con le Fondazioni bancarie; serve subito una riunione per decidere insieme come proseguire. Non possiamo andare troppo oltre.

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LA MIA ITALIA, LA NOSTRA ITALIA.

Mi è capitato in questi mesi di dover rispondere a qualche amico (o a qualche semplice curioso) sul vistoso braccialetto tricolore che porto al polso sinistro e che chiamo, con vezzo modaiolo, “La mia Italia”. Potevo cavarmela con una frase di circostanza oppure con una motivazione estetica, in verità avevo bisogno di un simbolo. Sì, di un simbolo. In questi tempi così difficili per il nostro Paese avevo bisogno di portare al polso i colori della nostra Nazione per ricordare principalmente a me stesso che la Patria è un valore da difendere, un territorio che ci appartiene e che va protetto. Certo, Patria e territorio, difesa e appartenenza. Qualcosa che con l’idea leghista non ha nulla a che vedere. La mia Italia, la nostra Italia, non è quella del linguaggio violento scagliato addosso ai nemici di turno. La mia Italia, la nostra Italia, è quella delle bellezze, dei talenti, delle protezioni sociali che dobbiamo garantire. La mia Italia, la nostra Italia, non è quella delle paure e dell’odio ma quella del coraggio e della forza delle nostre imprese, dei nostri professionisti, dei nostri lavoratori. La mia Italia, la nostra Italia, è quella giusta, non quella che mostra il suo ghigno più feroce. La mia Italia non è quella di Salvini, la mia è migliore e voglio difenderla.
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PD: COME UN FIORE NELL’ASFALTO (2)

PD: BASTA GALLEGGIARE. FACCIAMO IL CONGRESSO, SCEGLIAMO IL LEADER E DIAMO UNA SPERANZA AGLI ITALIANI.
Condivido l’intervento su La Repubblica di oggi a firma Elisabetta Gualmini (vice Presidente dell’Emilia Romagna). In sintesi ci chiede di uscire dalle logiche dei mestieranti da trincee interne del PD, quelle logiche utili solo a chi rimane a galla anche quando la nave affonda; sono quelli che sopravvivono a suon di tessere o con filiere di comando opache. Gualmini propone di sostenere chi può dare un nuovo inizio al PD e una speranza in cui credere agli elettori. Al contrario, un segretario che rassicuri i militanti o riassembli i quadri sarebbe “troppo poco e troppo tardi” e galleggiare con un reggente a tempo determinato sarebbe un suicidio. Se la nostra politica si riduce all’attesa degli errori dei sovranisti e populisti al Governo del Paese allora vuol dire che non abbiamo capito nessuna tra le tante lezioni che i cittadini ci hanno impartito da tre anni a questa parte. La nostra rinascita non passerà dal fallimento altrui. Europeismo contro sovranismo? Bene l’europeismo ma i termini non interessano alle persone soprattutto a quelle in difficoltà. Ciò che interessa è come vogliamo farci carico dei loro problemi e con quali soluzioni vogliamo proteggerli.

 

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IL CARCERE

Alle 8,30 sono arrivato al cancello della Casa di Reclusione “San Michele”, ho consegnato la carta di identità e il tesserino da Consigliere Regionale all’agente al block house che già sapeva del mio arrivo. Mi ha indicato la porta di accesso allo spaccio, lì il responsabile degli educatori mi aspettava per accompagnarmi in Direzione. Solo che lo spaccio sa di bar e allo spaccio la vita attorno ai tavoli assomiglia molto a quella dei nostri paesi e delle nostre città. Anche negli uffici della Direzione sembra di stare in uno dei tanti uffici periferici dello Stato, con un grosso tavolo per le riunioni attorno al quale la gentilissima dottoressa Elena Lombardi Vallauri mi ha raccontato la sua esperienza, i numeri dei detenuti (300) e degli agenti (180), i problemi e anche le potenzialità di un carcere.  Ho raccolto stanchezza ma non rassegnazione, ho annotato il senso delle sue parole sulle criticità ma non ho mai percepito da parte sua arrendevolezza. Mi ha parlato del progetto Agorà che sarà il secondo in Italia, cioè di uno spazio fisico per la socializzazione dei detenuti con criteri differenti dalla compressione all’interno di spazi troppo stretti. Un bell’incontro, con una narrazione fluida che mi restituiva l’immagine di quello che di lì a poco avrei davvero visto. Con il responsabile degli educatori e alcuni Agenti della Penitenziaria, fra questi alcuni amici, ho finalmente varcato la soglia della costrizione lasciandomi alle spalle lo spazio delle libertà. Il paradosso che offre San Michele dietro le mura è lo spazio recintato con i giochi per i bambini. Ai piedi di blocchi di cemento lunghi centinaia di metri – e alti 6 o 7 – sono stato accolto da un parco giochi con scivoli e altalene per i bimbi che vanno a trovare i papà reclusi. Che io non so se è giusto, non è il mio mestiere quello dello psicologo, ma ho provato un forte senso di disagio per quella normalità forzata. Poi cambia il mondo. C’è un’altra soglia da varcare che è ancora più ardua della prima ed è quella delle porte a più mandate che precedono i blocchi di grate e cemento. E quello è un mondo a parte. L’incrocio degli sguardi con i detenuti è cosa poco semplice per chi viene da fuori. Anche quando loro sono in gruppo che imparano a cucinare o nei laboratori d’arte, nelle aule della didattica, anche in quelle dell’università. E poi le celle. Saranno pure a norma ma sono troppo piccole per vivere una vita lì dentro. Quello spazio a casa mia lo riservo alle scope, alle scarpe e ai detersivi. A San Michele nelle celle ci stanno due persone ma una sopra all’altra. Forse se lo meriteranno pure di vivere in quelle condizioni per quello che hanno fatto ma non chiamiamolo “albergo”. E nel bagno, se si può chiamare bagno, trovano spazio un po’ di generi alimentari che non stanno altrove. Mi mancava l’aria, io sono fatto così, negli spazi stretti soffro, e mi è mancata ancor di più quando ho riconosciuto, in verità non subito, un detenuto “famoso” con la camicia e le iniziali cucite addosso che passandomi a fianco mi ha invitato ad alta voce a salutare un politico di rango nazionale. Dentro quelle mura sono reclusi detenuti con più di 5 anni di pena, più di 60 collaboratori di giustizia, una decina di ergastolani; in tutto sono circa 300. Sono uscito fuori, poi ancora fuori, poi ancora fuori, ed infine ho recuperato i documenti all’ingresso e sono andato a visitare la Casa Circondariale “Cantiello Gaeta” detta comunemente Don Soria che è in centro città di fronte all’ospedale Santi Antonio e Biagio. Il Don Soria è un ex  convento dei Frati Minori Cappuccini, una costruzione che da fuori non permette di capire cosa c’è davvero dentro. Dentro ci sono altri 300 detenuti, altri 180 Agenti della Penitenziaria, ristretti in un girone dantesco che potrei consigliare ad un regista alla ricerca di una location per film ambientati all’inferno. Ho incontrato il Comandante degli Agenti che è stato chiaro, professionale, un Uomo dello Stato pronto a risolvere tutti i problemi, anche quelli per i quali non esistono soluzioni se non l’assunzione finale delle colpe. Mi hanno accompagnato oltre una zona definita “le quattro colonne”, una sorta di anticamera della galera, quella vera, dove il buio vince sulla luce anche a mezzogiorno, dove i volti degli uomini sono appoggiati alle sbarre che dividono lo spazio dei liberi dallo spazio dei prigionieri, dal respiro delle guardie al respiro dei ladri, in una incivile convivenza che io vorrei fosse diversa. Per questo ho chiamato subito il Prefetto di Alessandria. Io vorrei che i lavoratori che ho visto oggi in divisa si sentissero meno soli, vorrei che, per garantire sicurezza ai cittadini, lo Stato garantisse sicurezza a loro e per primi. Presto le organizzazioni sindacali saranno ricevute dalla Dottoressa Tafuri che in rappresentanza del Governo e con la Sua determinazione sono certo saprà tendere una mano in segno di aiuto.

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Quattro piste per il Gruppo del PD

Dovremo seguire almeno 4 tracce di lavoro: Nei lavori del Consiglio Regionale e delle Commissioni definendo insieme alla Giunta un Piano Strategico di fine mandato. Mi è stato chiesto come intendo impostare il mio rapporto con la Giunta; ho risposto che la maggioranza dei componenti la Giunta e il Presidente Chiamparino sono iscritti a questo gruppo e se ci saranno argomenti su cui varrà la pena attivare analisi e approfondimenti li attiveremo. E se su alcune scelte il Gruppo, o parte di esso, maturasse posizioni differenti da quelle degli Assessori, nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità, mi impegnerò a cercare un terreno comune di condivisione; non cercheremo, ancor più in questo anno, relazioni politiche strumentali. Sarà un dialogo serrato sul punto. Non sposteremo mai il tempo delle decisioni; questo che affronteremo sarà un tempo nuovo, quello del cammino ancor più partecipato. Nella relazione con i piemontesi, dopo il lungo periodo di risanamento anche attraverso il complesso il sistema di riforme che abbiamo attivato, il “nuovo inizio” parte ora. Ho chiesto ai miei colleghi di tornare con passione nei territori non solo per spiegare quello che abbiamo fatto, ma per restituire armonia nei luoghi dove siamo stati conflittuali, per raccogliere spunti e riflessioni, per segnare rotte utili al Piemonte del 2024. Nella relazione con il Partito regionale perché noi non siamo un’articolazione estranea alle scelte del PD del Piemonte. Fino a ieri con Davide Gariglio, per ovvie ragioni, è stato molto più semplice partecipare ai lavori del Partito. Ora noi avremo bisogno di strutturare diversamente il rapporto. Ma non sarà solo un obiettivo di natura organizzativa; facciamo attenzione, il Partito rischia di piegarsi su sé stesso alla ricerca di una forma nuova, spero non nei soliti riti stanchi dei conteggi delle tessere oppure, peggio, nelle derive di un casting mediatico funzionale solo a filiere per i leader. Noi qui abbiamo dimostrato coesione, responsabilità, passione, coraggio, rispetto, tutti fattori che possiamo mettere a disposizione della nostra comunità politica. Nella costruzione della nuova coalizione a partire dal rapporto con i nostri alleati evitando atteggiamenti di inspiegabile autosufficienza. Vivremo questa stagione con umiltà ma non con rassegnazione. Abbiamo sbagliato, perso, ci siamo smarriti ma noi siamo ancora qui. Siamo consapevoli d’essere i rappresentanti istituzionali in Piemonte del più grande progetto riformista italiano ed europeo. Aiuteremo il Partito ad essere perno di una coalizione nuova, più forte, originale e lo faremo con innovazione programmatica.  Io dovrò muovermi su questo terreno con alcune convinzioni, prima fra tutte quella che non potrò correre sempre lungo la linea tracciata nel passato perché vivremo altri momenti, li interpreteremo in condizioni diverse.

 

 

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Dalla co gestione (politica) alla congestione (superata). Andiamo avanti, non ci fermiamo.

 

Mentre la discussione politica nazionale e locale sul futuro della sinistra e del PD verteva sul tema della – co gestione – io facevo i conti con una severa – congestione -. Superato il momento ora penso ai prossimi giorni. Oggi riposo ancora un pò, domani pomeriggio sarò a Torino per la Direzione Regionale del Partito, lunedì mattina presiederò la Commissione Sanità con al primo punto all’ordine del giorno le prime determinazioni sulla proposta di legge 283 “Accorpamento ASL ASO di Alessandria”. Insieme ai colleghi che sostengono la proposta, non solo i colleghi di maggioranza, abbiamo deciso di aprire una fase di consultazione con i tanti soggetti interessati alla vicenda. Nell’arco di un tempo congruo riceveremo le osservazioni necessarie. Ma una cosa non mi torna: perché quelli che sostengono le ragioni contrarie non vogliono un confronto serio sui numeri? Forse perché non li conoscono? Forse perché non sanno quali sono gli indici che permettono un’analisi seria? Forse perché non sono interessati alla verità ma sono interessati a posizionarsi contro per avere vantaggi elettorali? Forse perché devono difendere delle poltrone e non i servizi ai cittadini? Forse perché semplicemente non sanno di cosa parlano? Ancora una cosa non mi torna: sono stato invitato, insieme ai colleghi del M5S, di MDP e di Forza Italia, dalla Commissione Sanità del Comune di Alessandria. A parte la qualità della discussione che mi ha lasciato abbondantemente perplesso, peraltro spero sappiano in maggioranza discutere diversamente su altri argomenti che conoscono magari meglio, non capisco perché non siamo stati riconvocati per discutere il merito della proposta. Avevo chiesto, ed è a verbale, di poter ritornare per un confronto sui dati della mobilità passiva, della qualità della produzione, dei bilanci delle due aziende. Avevamo iniziato un dibattito, non lo avevamo di certo concluso. Inoltre le opinioni degli amministratori pubblici devono basarsi sull’evidenza scientifica, non su altro, altrimenti sembrano molto più chiacchiere da bar sulla formazione della nazionale di calcio che scelte per il bene delle comunità. E invece niente, non se ne è fatto nulla. Ora leggo che la minoranza di un altro Comune della nostra provincia presenta un ordine del giorno contrario alla proposta di accorpamento. E le ragioni sono opposte a quelle di Alessandria. Mi spiego: la destra di Alessandria, non tutte in verità, ci sono anche quelle che ragionano, sostiene che un’unica azienda indebolirebbe l’Ospedale di Alessandria perché gli ospedali periferici trascinano verso il basso la qualità. La destra di città periferiche non vogliono l’accorpamento perché indebolirebbe gli ospedali periferici. Si mettano d’accordo perché sono in grande confusione. Comunque, andiamo avanti, co gestione o congestione, non ci fermiamo. Ribadisco, così stan tutti tranquilli: non è solo la mia proposta, è la proposta molto più larga del campo della maggioranza. Non toglieremo nulla se non qualche inutile e stra pagata poltrona, vogliamo un’azienda più forte dove il personale lavori con più garanzie e i cittadini possano avere servizi sempre migliori. Il resto è fuffa. Post scriptum: io non mi occupo di Direttori Generali, di Commissari o di proroghe, me ne occupassi vi assicuro che direi la mia. Oh se direi la mia!

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