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LA SINISTRA IN SPAGNA, IN PORTOGALLO E IN GRECIA.

IN EUROPA NON CI SONO SOLO SALVINI, ORBAN, LE PEN (DA UNA PARTE) E( DALL’ALTRA) L’ASSE FRANCO TEDESCO.

Nel PD ci siamo chiusi in un dibattito stretto nelle nostre mura e non riusciamo a guardare oltre l’Italia. Quando va bene riceviamo notizie sul futuro dell’Europa e su ciò che capita negli altri Stati attraverso punti d’osservazione distanti. E l’Europa pare essere diventata il campo della sfida dei nazionalisti contro le politiche d’austerity e del rigore che a noi sono arrivate con il fetore degli interessi dei mercati, delle banche e delle multinazionali. La narrazione comune, quella dei punti d’osservazione distanti, ci offre uno scenario in cui da una parte ci sono Salvini, Le Pen, Orban con il popolo e dall’altra uno scricchiolante asse franco tedesco che pare non essere più in grado di reggere l’urto anti europeista. In questa storia pare non esserci più uno spazio di rappresentanza sociale per la Sinistra, direi senza aggettivi, ma se aiuta li aggiungo: moderata o socialista o progressista o radicale. Parrebbe non esserci abbastanza ossigeno per una risposta ai bisogni del popolo che sia diversa dal crescente nazionalismo di destra che provenga da sinistra. Eppure c’è dell’altro nell’Europa mediterranea. Ho dedicato 3 ore e mezza ad un dibattito serale in Alessandria organizzato presso la Casa di Quartiere ad ascoltare le esperienze di governo in Spagna, in Portogallo e in Grecia. Anticipo che ho ascoltato per tre ore, poi ho chiesto la parola. In collegamento via skype da Lisbona Goffredo Adinolfi, corrispondente in Portogallo de Il Manifesto, ci ha raccontato i buoni risultati del Governo socialista. Poco più di cinque anni fa il Portogallo era stato costretto a chiedere il salvataggio della Troika per evitare il fallimento. Un’inversione di marcia che ha portato parecchi osservatori internazionali a vedere nella piccola nazione affacciata sull’Oceano Atlantico un esempio che tutta la sinistra potrebbe seguire. Perché la crescita coincide con l’arrivo al potere di Antonio Costa, il leader del partito socialista eletto al grido di “basta austerità”, che dopo due anni di governo ha addirittura aumentato i consensi evitando che a Lisbona i delusi dalla politica potessero farsi attirare dalle sirene del cosiddetto populismo, come invece sta avvenendo nel resto d’Europa.

In sala era presente Joan Miquel Mena Arca , deputato spagnolo di Podemos che ha raccontato l’azione del governo di Pedro Sanchez che, pur tra mille difficoltà e contraddizioni, ha restituito l’orgoglio d’appartenere alla sinistra.

Al suo fianco era seduto Argiri Panagopulos, giornalista e attivista di Syriza, il partito di Alexis Tsipras che ha raccontato che il prodotto interno lordo della Grecia nel 2017 è cresciuto di quasi 1.5% rispetto all’Italia, nel frattempo hanno riaperto gli ospedali riportando sotto il Sistema Sanitario Nazionale 2 milioni di abitanti, assunto medici e infermieri.

Il tratto che unisce queste tre esperienze è il passaggio dalla protesta alla proposta unendo la sinistra. Una sinistra che torna ad essere utile, un punto di riferimento per le persone, tutte le persone, è vero, ma soprattutto quelle più in difficoltà, quelle che hanno pagato il prezzo più alto della crisi. Una sinistra con più sigle, con storie differenti, certamente non un monolite, ma una sinistra unita da un programma di governo dove nessun partito vuole l’egemonia nella coalizione. Una sinistra di popolo per la salute, per i servizi pubblici garantiti, per la redistribuzione del reddito e per la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale. Una sinistra spagnola, portoghese e greca in difficoltà perché è complicato rispondere alla semplicità del messaggio diffuso con il ghigno cattivo delle destre, ma sinistre che credono in una Europa diversa, una Europa per il popolo, una Europa che protegge. Sinistre coraggiose che vanno in mare a salvare le persone. Quelle sinistre hanno paura che in Italia il PD non serva più e che la protesta rimanga tale e non si trasformi in proposta, in rappresentanza sociale, politica e poi Istituzionale. Sanno che per vincere la sfida hanno bisogno dell’Italia, non quella di Salvini e nemmeno quella sotto dettatura della troika. Io sono e resto un uomo del PD ma una discussione approfondita proviamo a farla andando oltre le nostre mura? Verso la fine ho chiesto la parola. Mi sono presentato, molti non mi conoscevano. Ci siamo scontrati, abbiamo anche alzato la voce. Ho detto loro che non potremo mai dialogare se ci considerano al pari delle destre. Ho perso le staffe quando mi hanno detto che il giorno dopo avrebbero partecipato alla manifestazione NO TAV e che loro sono contro il Terzo Valico. Ho perso le staffe perché bisogna discutere di come utilizzare quelle grandi opere (la proposta) perché la piazza che manifesta “contro” è fuori dal tempo (la protesta). Mi hanno risposto che non devo toccare le loro bandiere. Poi, prima di uscire, mi hanno stretto la mano e uno di loro mi ha chiamato – compagno -. A me basta.

600 mila euro per i centri storici dei Comuni della core zone Monferrato Unesco.

Domenico Ravetti (capogruppo PD): “Fatti, non parole, per lo sviluppo dei Comuni del Monferrato Unesco”

Nella Missione 20 (Fondi e accantonamenti) del bilancio di previsione finanziario 2018 – 2020 è approvato il fondo per la partecipazione finanziaria ad accordi di programma. In questo contesto, durante i lavori della I Commissione del Consiglio Regionale, abbiamo aggiornato l’elenco delle opere oggetto di accordi di programma e, tra queste, la valorizzazione del territorio del Monferrato partendo dai Comuni della core zone dell’Unesco.

Si tratta della riqualificazione dei centri storici per un importo di 600 mila euro a cui, ovviamente, andrà aggiunta una quota dei Comuni stessi. Le riqualificazioni dovranno valorizzare il patrimonio che gli Infernot rappresentano nel mondo.

In sostanza abbiamo espresso un parere favorevole alla proposta di sostegno economico volta a migliorare i centri storici di Camagna Monferrato, Cella Monte, Frassinello Monferrato, Olivola, Ottiglio, Ozzano Monferrato, Rosignano Monferrato, Sala Monferrato e Vignale Monferrato. E’ un fatto, non è una vaga intenzione, che rafforza il progetto di sviluppo turistico per i territori del Monferrato Unesco e per l’intera Provincia.

ALESSANDRIA, IL PIANETA, LA SALUTE E L’AMBIENTE.

AMBIENTE E SALUTE: CONSAPEVOLI CHE NON POSSIAMO ANDARE AVANTI COSI’? VOI COSA NE PENSATE?

Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore della Sanità, sostiene che abbiamo ancora al massimo 20 anni, cioè due generazioni, per salvare il nostro pianeta dai cambiamenti climatici. E fra 20 anni potrebbe essere già troppo tardi. Si corre il rischio che i nostri nipoti non possano più vivere all’aria aperta per gran parte dell’anno a causa dell’aumento delle temperature. I danni sulla salute provocati dai cambiamenti climatici non sono visibili all’istante ma sono nel tempo devastanti, infatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 7 milioni di morti legate ai cambiamenti climatici e in Italia ben il 12% dei ricoveri pediatrici in ospedali sono connessi all’inquinamento. Nel frattempo in queste ore ha avvio la conferenza sull’ambiente chiamata – COP 24 – in Polonia a Katowice, proprio in Polonia che è il più grande produttore e consumatore di carbone. Questa conferenza non vedrà la partecipazione dei leader mondiali perché ha una natura tecnica ed è successiva agli accordi stipulati a Parigi. In sostanza COP 24 serve a produrre il rulebook, cioè le linee guida per rendere operativo l’Accordi di Parigi stipulato tra i Paesi più sviluppati. Tre sono gli obiettivi tra raggiungere nel concreto: individuare gli strumenti per ridurre di 2 gradi centigradi la temperatura, finanziare la decarbonizzazione con la tecnologia green (100 miliardi), individuare chi svolgerà il ruolo di controllo per il rispetto degli impegni presi. Tre obiettivi di non poco conto per i quali servirebbe un forte protagonismo dell’Europa per politiche rispettose dell’ambiente nella consapevolezza che, per esempio, gli Stati Uniti di Trump dimostrano in questo senso intenzioni per nulla positive.
Tutto questo mentre in Alessandria, per la prima volta da quando sono accesi i riscaldamenti domestici, sono stati superati i limiti di concentrazione di polveri sottili. In emergenza, e nel rispetto delle norme, si fermeranno anche i veicoli commerciali euro 4 alimentati a diesel dalle 8.30 alle 18.30 in centro. Sarà vietato tenere il motore acceso durante la sosta, sarà vietato l’utilizzo di stufe a legna con classi energetiche ed emissive inferiori a 3 stelle e sarà effettivo il limite di 19 gradi (con tolleranza di 2 gradi) per il riscaldamento all’interno delle abitazioni e dei servizi commerciali.
Ma tutto questo basta o serve altro? Per l’ambiente e per la nostra salute dobbiamo cambiare radicalmente le nostre abitudini? Lo sviluppo industriale deve tener conto del fatto che siamo al limite del collasso e che gli utili possono essere fatti nel pieno rispetto dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione? Voi che ne pensate?

GIOVANNI MEAZZO, VAI GRANDE CAMPIONE.

Sono stato a casa di Giovanni Meazzo. Giovanni è un mito vivente, classe 1928, di Alessandria, un ex ciclista su strada, un professionista nel 1950, un amico di Costante Girardengo, uno che ha pedalato al fianco di Fausto Coppi. Mi ha ricevuto nella sua officina, un posto che assomiglia tanto ad un museo della bicicletta con “pezzi” che hanno fatto la storia. Oppure, a pensarci bene, con bici con cui poter ricostruire la storia del nostro Paese, almeno di tutto il secolo scorso. Lì mi ha parlato di Girardengo, vestito sempre di bianco, del suo papà, delle sue domeniche a 8, 9 anni quando era costretto a gestire l’affitto dei 10 tandem. In quello stanzone enorme ricolmo di bici, maglie, foto, in un angolo c’è la bici da aggiustare ma che non aggiusterà più, perché, senza una ragione precisa, è quella che lo ha convinto a smettere di riparare e restaurare. Perché c’è un momento in cui bisogna capire che è giusto fermarsi, come quando in salita un giorno la tendinite lo vinse. Scese dalla bici da corsa, andò dal suo papà e terminò così la sua carriera.

E c’è anche un momento in cui puoi vincere ma è meglio che vinca un altro come è capitato con Milano. Sì, perché ad Acqui Terme poteva vincere Giovanni ma Biagio Cavanna, il famoso massaggiatore non vedente di Fausto Coppi, gli disse che toccava a Ettore Milano alzare le braccia al cielo sul traguardo. Ettore Milano, che insieme a Sandrino Carrea è stato il grande gregario del Campionissimo. Poi, seduti attorno al tavolo dell’elegante salotto, sorseggiando un caldo caffè, Giovanni ha chiuso gli occhi, due occhi azzurri come il cielo del Pordoi quando fa bel tempo, e mi ha detto “Ma io ricordo la prima vittoria a Predosa. Non se lo aspettava proprio nessuno ma ho vinto. Da quel giorno hanno capito che potevo correre anche io”.  Grazie Giovanni, ho respirato sport, quel ciclismo di un popolo che faceva il tifo lungo le strade. A proposito di strade: ho capito. Il ciclismo è la più evidente metafora della vita, una sfida da vincere, un appuntamento da affrontare preparati. Mi è chiaro quello che mi hai detto: se mi sono preparato bene, se ho rispettato le regole e se ce l’ho messa tutta posso vincere.

TERZO VALICO: “I CANTIERI A META’? PURA FOLLIA”

Sopralluogo della commissione Trasporti regionale oggi ai cantieri del Terzo Valico. “Abbiamo potuto vedere nel dettaglio i lavori in corso ad Arquata Scrivia, Libarna e Romanellota, con le quattro talpe scavatrici in funzione, che andranno complessivamente a realizzare il tunnel di base più lungo d’Italia con i suoi 37 chilometri”, spiegano la presidente della Commissione Nadia Conticelli con il vicepresidente Antonio Ferrentino e il capogruppo del Partito Democratico Domenico Ravetti. “Degli oltre sei miliardi di investimenti previsti ad oggi sono state assegnate gare per un miliardo e settecento mila e nessuna di queste ha avuto ricorsi o contestazioni – ricordano i tre consiglieri Dem – Ora il blocco del quinto lotto da parte del Ministro Toninelli sta provocando un clima di incertezza. In sostanza un settore intero di economia resta appeso a questa incerta analisi costi benefici.” “Oggi qui abbiamo visto un cantiere diffuso ben organizzato, con un livello di attenzione altissimo alla sostenibilità ambientale, che dà lavoro complessivamente ad oggi a 658 persone – concludono i consiglieri regionali – L’opera conclusa darà finalmente sbocco al porto di Genova e alle altre piattaforme del Tirreno. Pensare di fermarne la realizzazione lasciando i cantieri a metà è pura follia“.

NOI E PILLON

Non basta dire NO per gli effetti del DL Pillon. Dobbiamo dire No per le ragioni che lo hanno generato.

Sabato 10 novembre ho partecipato al dibattito organizzato o promosso da diverse associazioni alessandrine sul Disegno di Legge 735 che, nel caso di separazioni, regola diversamente l’affido condiviso, il mantenimento diretto e la garanzia di bigenitorialità; il DL porta il nome del primo firmatario, il Senatore Pillon.

Il dibattito ha permesso di esaminare i possibili effetti della proposta grazie al contributo di alcune eccellenti professioniste che hanno maturato negli anni esperienze importanti. Dalle relazioni abbiamo potuto capire, per esempio sulla mediazione famigliare, che si vuole modificare l’articolo 706 del codice di procedura civile. Nella sostanza con il DL 735 si prevede che una coppia con figli minorenni che voglia separarsi debba intraprendere obbligatoriamente un percorso di mediazione familiare, prima che il caso arrivi davanti a un giudice “a pena di improcedibilità”. Con la mediazione affidata a soggetti privati iscritti all’apposito albo si dovrà arrivare alla condivisione di un “piano genitoriale” per una gestione condivisa dei minori. Il piano dovrà definire i “luoghi abitualmente frequentati dai figli”, la “scuola e il percorso educativo del minore”, le “eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative e le “vacanze normalmente godute”.

 

La mediazione affidata a privati secondo molti esperti implicherà un aumento considerevole delle spese per chi vorrà divorziare o separarsi. Infatti solo la prima seduta sarà gratuita, tutte le successive sono a pagamento. Parliamo di migliaia di euro. Inoltre anche le vittime di violenza domestica saranno obbligate a ricorrere alla mediazione con il coniuge violento.

Altro elemento di contrasto è il tema della parificazione del tempo trascorso con i figli e il piano genitoriale. Il piano genitoriale stabilisce in maniera rigida la durata di tempo che i minori dovranno passare con ciascuno dei genitori e il tipo di attività che i minori dovranno svolgere in questo tempo. Questo presupposto appare molto rigido e lontano dalla realtà con il rischio di aumentare i contenziosi tra i genitori e portare all’apertura di nuove fasi di mediazione con un ulteriore dispendio di denaro. Inoltre il minore non potrà più scegliere con quale genitore risiedere e come trascorrere il tempo, perché anche le attività saranno stabilite dal piano genitoriale. Il minore non potrà esprimersi ed essere ascoltato e, di conseguenza, da soggetto di diritto si trasformerà in un oggetto di diritto.

Pillon con la sua proposta prevede anche l’abolizione dell’assegno di mantenimento con un’equa ripartizione delle spese ordinarie e straordinarie in proporzione al reddito e in base a quanto stabilito dal piano genitoriale, concordato con il mediatore. Senza accordo decide il giudice. Tale punto contiene una serie di stereotipi di genere, cioè lascia intendere che le madri usino i soldi del mantenimento dei minori a scopi personali. Il provvedimento introduce anche una norma per il mantenimento del figlio maggiorenne non autosufficiente. Il DL dispone che il mantenimento in questo caso sia ripartito tra entrambi i genitori al 50 per cento, anche se il figlio abbia deciso di vivere nella casa di uno dei due genitori.

Infine, con particolare interesse, ho ascoltato la relazione della Presidente di Medea, l’associazione che si occupa di donne vittime di violenza, e ho registrato tutte le sue preoccupazioni circa la potenziale, e in alcuni casi concreta possibilità che donne e minori possano essere quasi per nulla tutelati dal padre violento.

Voglio precisare una questione che trovo significativa in questo dibattito che mi vede schierato contro il testo del Sen. Pillon. Sono le storie che conosco sommariamente (in taluni casi non sommariamente) di padri che sono stati vittime di ingiustizie infinite. Che sono stati accusati irragionevolmente di atti infami e che hanno dovuto affrontare e superare vicende giudiziarie da imputati per poi uscirne da innocenti. Conosco storie di padri che sono stati rovinati economicamente, ridotti alla povertà, che amano i loro figli e che soffrono maledettamente per non poterli vedere. Io voglio che si tenga conto anche di loro in questo dibattito e che si lavori per costruire un sistema più giusto.

Infine, per dare un senso alla mia azione, io non posso e non voglio limitarmi all’analisi sugli effetti. Il compito della politica, più in generale, il compito di chi ha responsabilità sociali, è anche quello di approfondire le ragioni delle cause. Cioè il motivo, la cultura, il pensiero da cui trae origine il testo. E il mio punto d’osservazione non può non tener conto della fonte da cui si alimenta. Il Sen. Pillon è il leghista che organizza il Family Day e che ha dichiarato più volte pubblicamente che vuole mettere in discussione i cardini su cui si poggiano due leggi in vigore da tempo in Italia: quella sul divorzio e quella sull’aborto. Per questo sabato mattina ho voluto provocare una discussione sincera dicendo che nel “contratto di governo”, a cui spesso gli esponenti dell’attuale maggioranza si richiamano, cioè il documento con il quale Lega e M5S hanno definito i progetti della loro alleanza, è presente il contenuto generale del disegno di legge Pillon: equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; mantenimento in forma diretta senza automatismi; contrasto della cosiddetta alienazione genitoriale.

A viso aperto la Destra nazionalista sostiene queste posizioni. A viso aperto sento d’essere in posizione ostinatamente contraria.

 

Vogliamo più autonomia per la Regione Piemonte e certezze per le Amministrazioni Provinciali.

 

In I Commissione, e presto approderà in Aula, stiamo trattando il Procedimento di individuazione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’art.116 della Costituzione. In sostanza proponiamo al Governo più autonomia per il Piemonte precisamente nell’ambito delle seguenti 8 materie alcune fra queste già di nostra competenza: governo del territorio, beni paesaggistici e culturali. Protezione civile e infrastrutture. Tutela del lavoro, istruzione tecnica e professionale, istruzione universitaria. Politiche sanitarie. Coordinamento della finanza pubblica. Ambiente. Fondi sanitari integrativi. Rapporti internazionali e con l’Unione Europea.

Tutto ciò avviene al tempo delle elezioni di un Ente, la Provincia, che è stato messo in sicurezza dopo il NO al Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016. Ma la sicurezza riguarda la denominazione, che è mantenuta nella Carta Costituzionale, non certo nelle risorse finanziarie e nella possibilità di far fronte alle competenze che restano in capo all’Ente stesso. A dir la verità, così come sono strutturate le entrate nei bilanci, il rischio di default mi pare evidentissimo. Per efficientare i servizi alle imprese e ai cittadini considero fondamentali da subito atti formali per ridare strumenti finanziari e prospettive al personale. E le competenze della Provincia sono, ad esempio, la pianificazione territoriale, la tutela e la valorizzazione dell’ambiente, la pianificazione dei servizi di trasporto, la gestione delle strade provinciali, la rete scolastica, l’assistenza tecnico amministrativa ai Comuni. Competenze che possiamo definire strategiche.

Infine, la Democrazia ha un significato che può essere declinato operativamente con diverse modalità. Nel caso delle elezioni provinciali del 31 ottobre prossimo il senso della Democrazia è nel voto degli eletti nei Consigli Comunali che scelgono tra loro i Consiglieri Provinciali. Io preferisco quando votano i cittadini. Per questo auspico a breve una riforma coraggiosa che, oltre ai bilanci, restituisca agli elettori la possibilità di scegliere contestualmente i Consiglieri Provinciali e il Presidente.

LETTERA AL DIRETTORE DE IL MONFERRATO

 

Caro Direttore,

da molto tempo nei nostri territori – Turismo – è diventato il titolo di un continuo dibattito pubblico a cui partecipano in molti e spesso con autorevoli visioni. Io non ho alcuna pretesa, ma vorrei con chiarezza esprimere il mio pensiero e quindi La ringrazio per l’ospitalità. L’Italia è un Paese turistico e anche il Piemonte lo è. Ma il turismo non è una vaga qualifica, è economia, quindi è impresa, è sistema ricettivo, commercio, agricoltura, trasporti ed è posti di lavoro, molte volte tanti posti di lavoro. Il Piemonte dimostra, ancor più di altre Regioni, che i dati sono in continua crescita grazie a quattro prodotti: Torino, città della cultura con la sua specificità sabauda; la montagna, con l’offerta “estate” in espansione più dell’offerta “inverno”; i laghi e la collina.

Quello che voglio dire è che nel mondo, perché è nel mondo che questi prodotti si vendono, il Piemonte è scelto per queste ragioni, non per altre. Per non divagare analizzo le opportunità che derivano dal prodotto “collina,” opportunità che interessano il nostro Monferrato che, oltre ad essere un territorio dove l’enogastronomia ha tratti di assoluta eccellenza, dove la bellezza del paesaggio restituisce emozioni indimenticabili, dove le storie di diverse civiltà hanno lasciato tracce indelebili, il Monferrato, dicevo, è anche un Patrimonio dell’Umanità grazie agli Infernot. Un Monferrato, il nostro, che cresce ma cresce meno di altre colline piemontesi pur avendo potenzialità maggiori. Abbiamo una bellissima storia da raccontare, e la raccontiamo, ma in questo settore economico la storia va ascoltata altrove non basta raccontarla qui. E quello che dobbiamo ora domandarci è se nel mondo la stanno ascoltando, se usiamo gli strumenti giusti per arrivare là dove altri in competizione con noi arrivano e arrivano già da tempo. Vorrei affermare l’idea che è fondamentale una sola organizzazione professionale, almeno di dimensioni provinciali, che ci promuova con una strategia adeguata nei mercati dove la nostra proposta può essere acquistata. Una sola organizzazione che sappia tenere insieme pubblico e privato a partire dagli investimenti. Non è più il tempo di parlare al mondo con le voci di ogni singolo Comune, di ogni Pro Loco di ogni Comune, con la voce di singole imprese e nemmeno di Consorzi di imprese. E non è neppure più il tempo di raccontare al mondo la nostra storia con l’autonomia della voce di Fondazioni Bancarie o della Camera di Commercio. Non è più possibile farlo semplicemente perché quelle voci non arrivano. E’ tempo di mettere insieme le nostre forze, almeno nel territorio della provincia di Alessandria, con un progetto turistico con cui essere sfidanti nel mondo e grazie al quale è possibile sviluppare imprese e posti di lavoro. Ed è tempo di promuovere i nostri campanili, non di arroccarci all’interno. Altrove, e nemmeno tanto lontano da noi, fanno così. Proviamo insieme a leggere qualche numero del bilancio consuntivo 2017 dell’Atl Langhe Roero? Il valore della produzione dell’ultimo anno è oltre 1 milione e 300 mila euro di cui, tra le voci maggiori, 354 mila dall’imposta di soggiorno, 390 mila da contributi di Enti pubblici (Alba e Bra versano 85 mila euro a testa), 450 mila da contributi di soci. Per l’Atl della Provincia di Alessandria (Alexala) i numeri sono differenti prova ne è il bilancio che si aggira attorno ai 350 mila euro. Difatti gli Enti pubblici e privati investono ben poche risorse: la Provincia di Alessandria non è socia dell’Atl e i Comuni centri zona nel 2017 hanno investito solo 1705 euro ciascuno. La Camera di Commercio ha contribuito con 5705 euro e la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria con 3410 euro. E l’effetto di questi numeri è riscontrabile nei ricavi, nei nostri flussi turistici non paragonabili a quelli delle Langhe e del Roero e certamente nelle imprese del settore turistico e nei posti di lavoro. In ogni caso vedo segnali positivi e scelte all’orizzonte lungimiranti. Sta maturando la giusta consapevolezza nelle Istituzioni e io, caro Direttore, voglio esprimerLe tutto il mio ottimismo.

Domenico Ravetti – Consigliere Regionale – Capogruppo del Partito Democratico

TERZO VALICO. “MI INTERESSANO I 2394 LAVORATORI E IL FUTURO DEL PIEMONTE.

Conclusa l’Audizione in II e III Commissione con le organizzazioni sindacali in merito alle ricadute occupazionali connesse alla realizzazione del Terzo Valico. Ho ribadito che è impensabile fermare l’Opera e che il Governo deve aiutare il Piemonte e l’intero Nord Ovest a terminarla per connettere il nostro territorio con il resto del mondo. Serve tenere alta l’attenzione su legalità, rispetto dell’ambiente e della salute, certezze economiche e sviluppi stabili legati in particolare alla logistica. Sono preoccupato dell’atteggiamento di Lega e M5S e lo scrivo dopo averlo detto chiaramente durante la Commissione, non per l’analisi costi – benefici ma per i pregiudizi. Peraltro la reazione dei colleghi del M5S al mio intervento mi ha lasciato basito. Hanno sostenuto che io li ho “presi per i fondelli”. Carissimi, io esprimo opinioni liberamente, come si dovrebbe fare in Democrazia e continuerò a farlo finché avrò voce. E, se proprio cercate lo scontro politico, vi dico che vorrei evitare a 2394 lavoratori impegnati nell’opera il vostro incerto “reddito di cittadinanza” a causa di licenziamenti improvvisi. In ogni caso per conto del Gruppo PD del Consiglio Regionale formalizzerò la richiesta di un Consiglio Regionale “aperto” sul tema delle Infrastrutture che meritano manutenzione, che devono essere completate o realizzate ex novo.

10 ANNI DI CHIRURGIA ROBOTICA IN ALESSANDRIA

(La traccia del mio intervento al Convegno.)

“La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Mi accontento di dire questo alla società della conservazione, cioè di cambiare quando serve, un po’ alla volta. Però io e voi che siete dei professionisti della sanità, sappiamo bene che la conservazione dello status quo è di per sé un arretramento. Se in palio nelle nostre scelte ci fosse solo il nostro destino, noi potremmo giocare nella nostra confort zone per tutto il tempo che riteniamo di starci, consapevoli o meno di conservare una posizione che è già di fatto una retrocessione. Ma io, noi, compiamo scelte i cui effetti non riguardano solo il nostro cammino, ma quello degli altri, il loro cammino; nel vostro caso la salute degli altri, la speranza, la vita degli altri. L’obiettivo non è l’eternità ma il miglioramento delle condizioni di vita della nostra gente. E finché ci sarà uno scarto tra quello che facciamo e quello che si potrebbe fare noi dovremo cambiare. Dobbiamo avere fiducia nella nostra capacità di interpretare il necessario cambiamento. Ma preso atto che per noi il cambiamento è una costante, un fattore dinamico, non statico, la domanda su cui dobbiamo riflettere è “Quale cambiamento?” o se preferite “Chi decide la direzione del cambiamento?”. Domande pertinenti che meriterebbero risposte chiare con indicazioni inequivocabili. Risposte che non dovrebbero nascere negli anfratti oramai nemmeno più tanto nascosti della società degli interessi particolari, professionali, politici, molte volte banalmente individuali e nella nostra provincia anche dannatamente territoriali. Il mio punto di vista ormai è noto: il metro di misura è nell’autonomia della scienza, questione di non poco conto nel momento in cui anche i decisori Istituzionali su alcuni ambiti la mettono in dubbio. Ma non abbiamo alternative, dobbiamo con ostinazione difendere l’autonomia della scienza destinando risorse pubbliche con l’aggiunta di investimenti privati. Ricerca farmacologica e per l’innovazione tecnologica abbinata alla formazione professionale. Qui sta lo scarto tra ciò che c’è e ciò che servirebbe. E quello scarto va colmato nella consapevolezza che il sistema sanitario pubblico merita l’adeguamento del Fondo che lo sostiene, più personale medico e infermieristico e una connessione universitaria più adeguata alle esigenze del territorio e degli ospedali. A me pare che la gestione del cosiddetto “numero chiuso” in medicina sia una prassi conservativa tutta da ridiscutere.

In questa provincia abbiamo ancora molto lavoro da fare. Non voglio qui riaprire il dibattito e tantomeno riaprire le ferite sulla riforma sanitaria. Il passato l’abbiamo già vissuto, mi interessa il futuro. E per il futuro noi abbiamo già segnato a terra alcune evidenti tracce che dobbiamo leggere ed interpretare per offrire una prospettiva migliore ai cittadini. Alcuni ridevano quando anni fa pochi fra noi prospettavano per questo territorio spazi per dipartimenti universitari di medicina. E altri ancora ironizzavano sull’ipotesi di sviluppo della ricerca scientifica correlata alle esigenze della provincia. Oggi non ride più nessuno: gli studenti hanno già partecipato alla selezione per essere ammessi qui in Alessandria al corso di Medicina e tra gli obiettivi delle Aziende sono stati chiaramente definiti quelli per la ricerca scientifica e biomedica. Dobbiamo andare avanti uniti e con convinzione.

Tra le tracce per il futuro c’è il presente e oggi siamo qui per i primi 10 anni di chirurgia robotica in Alessandria. Guardo tutti i protagonisti di allora e in particolare il dottor Giuseppe Spinoglio: questi 10 anni sono per me il simbolo della “misura dell’intelligenza che è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Altre tracce altrettanto importanti sono a nostra disposizione in ogni angolo delle nostre strutture. Vi prego però di credermi che le tracce meno evidenti, ma potenzialmente ancora più utili, sono dentro di voi. Sono nella vostra volontà di diventare protagonisti del futuro. Quelle tracce vi permetteranno di continuare nel tempo a servire e a sorprendere i cittadini.