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Codice di deontologia Medica (art.30). Affacciamoci al di là del muro.

IL PATTO PIU’ IMPORTANTE CHE FIRMANO I MEDICI.

Il codice di deontologia medica e’ un corpus di regole di autodisciplina predeterminate dalla professione, vincolanti per gli iscritti all’ordine che a quelle norme devono quindi adeguare la loro condotta professionale.

CONFLITTO DI INTERESSI – INDIRIZZI APPLICATIVI ALLEGATI ALL’ART.  30

Le condizioni di conflitto di interessi riguardanti aspetti economici e di altra natura possono manifestarsi nella ricerca e divulgazione scientifica, nella formazione e aggiornamento professionale, nella prescrizione terapeutica e di esami diagnostici, nell’attività di consulenza e di pubblico ufficiale e nei rapporti con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la pubblica amministrazione.

 

  1. I medici non devono accettare elargizioni o altre utilità che possano limitare l’appropriatezza delle proprie decisioni inerenti all’esercizio professionale.
  2. Nel rispetto dei principi di legalità e trasparenza i medici possono ricevere compensi, retribuzioni o altre utilità solo attraverso le procedure e gli strumenti previsti dalla normativa vigente.
  3. Il medico attua una costante revisione critica della divulgazione scientifica di cui viene informato; a tale fine può avvalersi dell’azione di supporto del proprio Ordine professionale.
  4. I medici o le associazioni professionali che effettuano campagne di prevenzione ed educazione sanitaria o promuovono forme di informazione sanitaria o partecipano alla diffusione di notizie scientifiche attraverso i mass media o la stampa di categoria, devono manifestare il nome dello sponsor e applicare i presenti indirizzi applicativi validi anche nei rapporti eventualmente intrattenuti con industrie, organizzazioni ed enti pubblici e privati.
  5. Il medico ricercatore deve dichiarare gli eventuali rapporti di consulenza o collaborazione con gli sponsor della ricerca.
  6. Il medico ricercatore deve applicare sempre regole di trasparenza, condurre l’analisi dei dati in modo indipendente rispetto agli eventuali interessi dello sponsor e non accettare condizioni per le quali non possa pubblicare o diffondere i risultati delle ricerche, senza vincoli di proprietà da parte degli sponsor, qualora questi comportino risultati negativi per il paziente. Se la pubblicazione, anche quando non sia frutto di specifica ricerca, è sponsorizzata il nome dello sponsor deve essere esplicitato; chiunque pubblichi redazionali o resoconti di convegni o partecipi a conferenze stampa deve dichiarare il nome dell’eventuale sponsor.
  7. Il medico ricercatore e i membri dei comitati editoriali devono dichiarare alla rivista scientifica, nella quale intendono pubblicare, il ruolo avuto nel progetto e il nome del responsabile dell’analisi dei dati.
  8. Il medico ricercatore deve vigilare sugli eventuali condizionamenti, anche economici, esercitati sui soggetti arruolati nella ricerca, in particolare rispetto a coloro che si trovano in posizione di dipendenza o di vulnerabilità.
  9. Il medico ricercatore non deve accettare di redigere il rapporto conclusivo per la pubblicazione di una ricerca alla quale non ha partecipato e non può accettare clausole di sospensione della ricerca a discrezione dello sponsor ma solo per motivazioni scientifiche o etiche comunicate al Comitato etico per la convalida.
  10. I medici operanti nei Comitati Etici per la sperimentazione sui farmaci e nei Comitati Etici locali devono rispettare le regole di trasparenza della sperimentazione prima di approvarla e rilasciare essi stessi dichiarazione di assenza di conflitti di interessi. Gli indirizzi applicativi di cui sopra si applicano anche agli studi multicentrici.
  11. I medici non possono percepire direttamente finanziamenti allo scopo di favorire la loro partecipazione a eventi formativi; eventuali finanziamenti possono essere erogati alla società scientifica organizzatrice dell’evento o all’azienda sanitaria presso la quale opera il medico.
  12. Il finanziamento da parte delle industrie a congressi e a corsi di formazione non deve condizionare la scelta sia dei partecipanti che dei contenuti, dei relatori, dei metodi didattici e degli strumenti impiegati; la responsabilità di tali scelte spetta al responsabile scientifico dell’evento.
  13. Il medico non può accettare ristoro economico per un soggiorno superiore alla durata dell’evento, né per iniziative turistiche e sociali aggiuntive e diverse da quelle eventualmente organizzate dal congresso né ospitalità per familiari o amici.
  14. Il medico relatore a congressi ha diritto ad un compenso adeguato per il lavoro svolto, in particolare di preparazione ed al rimborso delle spese di viaggio, alloggio e vitto.
  15. Il responsabile scientifico vigila affinché il materiale distribuito dall’industria nel corso degli eventi formativi sia rispondente alla normativa vigente e che le voci di spesa relative al contributo dello sponsor, siano chiaramente esplicitate dalla società organizzatrice.
  16. Il relatore nei mini meeting, organizzati dalle industrie per illustrare ai medici le caratteristiche dei loro prodotti innovativi, deve dichiarare gli eventuali rapporti con l’azienda promotrice.
  17. E’ fatto divieto al medico di partecipare ad eventi formativi, compresi i minimeeting, la cui ospitalità non sia contenuta in limiti ragionevoli o, comunque, intralci l’attività formativa.
  18. Nel caso in cui i corsi di aggiornamento si svolgano e vengano sponsorizzati in località turistiche nei periodi di stagionalità, il medico non deve protrarre, oltre la durata dell’evento, la sua permanenza   a carico dello sponsor.
  19. Il medico, ferma restando la libertà delle scelte formative, deve partecipare a eventi la cui rilevanza medico scientifica e valenza formativa sia esclusiva.
  20. Il medico è tenuto a non sollecitare e a rifiutare premi, vantaggi pecuniari o in natura, offerti da aziende farmaceutiche o da aziende fornitrici di materiali o dispositivi medici, salvo che siano di valore trascurabile e comunque collegati all’attività professionale; il medico può accettare pubblicazioni di carattere medico-scientifico.
  21. I campioni di farmaci di nuova introduzione possono essere accettati dal medico per un anno dalla loro immissione in commercio.
  22.  Il medico riceve gli informatori scientifici del farmaco in base alla loro discrezionalità e alle loro esigenze informative e senza provocare intralcio all’assistenza; dell’orario di visita può venire data notizia ai pazienti mediante informativa esposta nelle sale di aspetto degli ambulatori pubblici o privati e degli studi professionali.
  23.  Il medico non deve sollecitare la pressione delle associazioni dei malati per ottenere la erogazione di farmaci di non provata efficacia.
  24.  Il medico facente parte di commissioni di aggiudicazione di forniture non può partecipare a iniziative formative a spese delle aziende partecipanti.
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Provo a spiegare perché nei sistemi sanitari va rafforzato l’asse tra cittadini, innovatori e valutatori

Nerina Dirindin è una donna che stimo molto. E’ Senatore della Repubblica, Docente di Scienza delle Finanze e di Economia e politica sanitaria presso l’Università di Torino (in aspettativa); è Presidente del Comitato Scientifico di Ires Piemonte; presiede due Enti importanti come il CORIPE Piemonte (consorzio Unito e Unipo) e il Cipes Piemonte.

Sul rapporto tra Istituzioni e Sanità raccolgo alcuni spunti offerti da una sua relazione.

La Politica dovrebbe adottare strumenti scientifici inattaccabili per offrire ai decisori, a tutti i livelli di governo, e ai cittadini, informazioni rigorose sull’opportunità di compiere delle scelte (o di escluderle). Strumenti che altri Paesi, molto più avanzati del nostro, forse perché meno abituati all’ascolto degli interessi particolari, già adottano per fornire un sostanziale contributo all’individuazione di “ciò per cui vale la pena pagare”. Ma per quali scelte? Per l’insieme di quegli interventi sanitari, siano essi apparecchiature, strumenti diagnostici, dispositivi medici. E ancora: per i sistemi di erogazione dell’assistenza o modelli organizzativi / gestionali di servizi assistenziali adottati per affrontare un problema clinico o per migliorare il decorso di una patologia e più genericamente la qualità dell’assistenza.

Ma ora cosa succede? Come si decide nella maggior parte dei casi? Ora le decisioni sono prese in condizioni di emergenza (vera o presunta), sotto pressione (delle scadenze dei vari portatori di interesse), in tempi rapidi e su questioni sempre più complesse. Per di più su innovazioni sempre più incalzanti con una necessità di una pluralità di prospettive. Oggi è visibile la difficoltà dei decisori ad integrare l’evidenza scientifica con elementi di contesto e priorità sociali. Oggi è terribilmente complicato, non impossibile, rendere trasparenti i processi decisionali.

Quindi, così come capita altrove in Europa e nel mondo, anche in Italia e nelle province del Piemonte, compresa quella da cui provengo, abbiamo bisogno di investire sulla progressiva diffusione della cultura della valutazione producendo documentati esempi di decisioni basate sulle evidenze. Non sulle opinioni che spesso, non sempre, coincidono con pur legittimi interessi di parte che, come sono solito dire, non è certo che determinino nemmeno un solo interesse generale

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(Pensieri festivi) Riparte il futuro?

Mi è stato chiesto un parere sui problemi della provincia di Alessandria. Fateci caso, uno dei problemi, anche nel comparto che più conosco, quello socio sanitario, è che molti protagonisti del passato sono ancora qui a scrivere il futuro. Lo capisco, la nostra comunità invecchia e con essa l’aspettativa di vita politica. Ma se così fosse, conoscendoli e riconoscendo in loro una maledetta paura del futuro, saremmo costretti a leggere storie già vissute, e tra queste, tante storie inutili e qualche fallimento. Non evoco la rottamazione ma il cambiamento almeno dei metodi e degli atteggiamenti sì. Servirebbe a dare una speranza al futuro dei nostri territori. Ci lavoreremo, buona domenica.

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“I braccianti agricoli di un tempo e parte della classe dirigente attuale.”

P.G. bracciante agricolo del Sud, analfabeta, emigrò nella pianura alessandrina negli anni 60. Era un maestro con gli strumenti dell’agricoltura più usati a quel tempo nelle sue terre: sapeva portare l’asino, sapeva ingrassare i maiali, sapeva girare la macina per produrre olio. Qui al nord si adattò alle esigenze di una agricoltura molto competitiva che doveva miscelare qualità e quantità. Imparò ad usare la zappa per irrigare i campi, ad insacchettare le patate, a tagliare l’insalata. Il suo limite era la guida dei trattori ma, nonostante questo, negli ingranaggi delle aziende agricole P.G. era fondamentale: lui sapeva adattarsi. Modificando le sue abitudini promuoveva il cambiamento del sistema. Era predisposto al cambiamento e tutte le volte riusciva ad integrarsi con il mondo in evoluzione. Ma aveva la sua dignità nell’adattarsi al cambiamento: “l’asino si adatta al padrone, l’uomo si adatta al lavoro” diceva. E nel tempo, con il suo esempio, non con le sue parole, diffuse la sua mentalità tra i braccianti agricoli del posto e fu così che questi poterono rappresentare l’essenza dello sviluppo del locale comparto.  P.G. con il finire degli anni 80 cambiò impiego. L’agricoltura, quella che aveva nel lavoro dell’uomo il perno fondamentale, aveva pressoché definitivamente voltato pagina. La differenza nella competizione la faceva il trattore proprio quello che P.G. non sapeva usare. Fu così nuovamente il primo riformista di sé stesso. Imparò a fare il muratore, si adattò al cambiamento. Fece la fortuna delle aziende edili in cui lavorò utilizzando lo stesso metodo utilizzato nei campi. Non si legò mai ad un capo, ma al lavoro. Ora P.G è in pensione. Suo figlio è mio amico e ha molto più lui oggi di quello che hanno i figli dei “padroni” dove suo padre lavorava. Attitudine al cambiamento, capacità di adattarsi, soluzione dei problemi. Insegnamenti che parte della classe dirigente attuale (non solo quella politica) dovrebbe copiare dai braccianti agricoli e dai muratori di un tempo.

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(Pensieri festivi). La Sinistra divisa, tra contingenza e futuro.

Ma qualcuno davvero può pensare che di fronte ai problemi che la nostra società vive, di fronte all’avanzata delle destre, di fronte ai limiti dell’Europa (che resta il più grande sogno dei Padri nobili della nostra Repubblica) la sinistra possa permettersi il lusso di dividersi? Parliamoci chiaro in premessa: nel PD ci sono persone di Sinistra, e non per definizione astratta, ma per quello che hanno fatto con la loro militanza o con la loro storia amministrativa o per quello che vorrebbero ancora fare nel futuro. Per me, e per tanti come me, parole come Libertà ed Uguaglianza rappresentano uno stile di vita, non uno slogan per le campagne elettorali. E quelle persone sono di Sinistra e con coerenza nel PD avendo o non avendo sostenuto l’attuale segretario.

Sempre all’insegna della chiarezza, rispetto all’assemblea dei delegati di Mdp, Si e Possibile che darà vita a una lista unitaria alle prossime elezioni ammetto la mia sofferenza. E’ una sofferenza di fronte alle immagini di un popolo che si raduna attorno ad un progetto di Sinistra che vuole essere competitivo, se non alternativo, al PD. E la mia sofferenza si accentua ancor di più nel vedere salire sul palco a sostenere quel progetto uomini come Pietro Grasso, e altri come lui, perché per me hanno rappresentato e rappresentano riferimenti ideali nelle battaglie sociali e civili. Sì, la Politica è anche sofferenza ma la storia molte volte va oltre la contingenza per disegnare traiettorie inedite. Per questo io ho riguardo per l’iniziativa di Mdp, Si e Possibile e vorrei altrettanto riguardo da parte loro. Se la strategia li obbliga ad esprimere giudizi così negativi sul PD almeno abbiano cura delle persone del PD perché ad oggi nessuno è così lindo da potersi permettere la distribuzione di abilitazioni politiche particolari.

Ho detto che non giudico ma sono certo che la nuova lista unitaria rappresenterà un vantaggio per le destre italiane alle prossime elezioni politiche.

Guardo al futuro e resto convinto che ci sarà un “dopo”, non per forza un “dopo” elezioni 2018, ma un momento, più in là nel tempo, in cui gli attuali Partiti saranno inadeguati a contenere il desiderio di battersi per una società migliore. Una società che avrà bisogno di una sinistra non per forza del tutto unita ma almeno in grado di non dividere chi è, o vuole essere, coraggioso nell’affermazione dell’equità e della giustizia sociale.

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LIBERIAMOCI DALLA “OSSESSIONE DEL VOTO”

All’alba di una nuova e lunga stagione elettorale non mi rassegno all’idea che la politica serva solo a chi la fa.

La Politica serve alle persone, in prima istanza a quelle più esposte ai rischi di una società che tende ad escludere i più deboli. Ma la Politica serve anche ai forti e ai competitivi che hanno bisogno delle regole del gioco per evitare degenerazioni. La Politica serve se chi la fa si pone come obiettivo il “bene comune” e compie analisi e scelte conseguenti finalizzate a diffondere benessere. Serve se è al servizio, non se si serve. Ma non al servizio di interessi particolari, questo è il punto. Quindi, se posso permettermelo, formulo un auspicio e che valga per tutti, anche per me. Un auspicio, non un paradosso e nemmeno una provocazione: liberiamoci dalla ossessione della raccolta dei voti. Lo so, non scrivo nulla di nuovo, vale da sempre, ma ora la misura è colma. Sono per primi i cittadini a non poterne più e che non vengono a votarci perché da tempo percepiscono che in troppi scegliamo per noi, per continuare ad avere un ruolo; non vengono più a votare, o votano dandoci un calcio nel sedere, perché non serviamo più se non a noi stessi o, nel migliore dei casi, a qualche particolare interesse. Liberiamoci dall’ossessione dei voti e maturiamo un atteggiamento più coraggioso. Siamo genuflessi quando dovremmo essere in piedi con la schiena diritta. Facciamoci valutare per i progetti che abbiamo non solo durante le campagne elettorali. Abituiamoci a dire la verità e a gestire il dissenso con saggezza evitando lo scontro su questioni molto più importanti di noi e del nostro destino come la salute, la scuola e il lavoro. Se la Politica serve solo più a prendere voti vuol dire che la caratteristica principale dei candidati, quelli che vanno a formare la classe dirigente del Paese, non dev’essere il talento ma la quantità (non la qualità) di relazioni, dentro o fuori i Partiti, che si trasformano in schede dentro l’urna. Ma se è questo il fine, e purtroppo in troppi casi questo è, la Democrazia diventa un inutile orpello marginale per i cittadini, un elemento servizievole, tuttalpiù un percorso alternativo per la carriera di qualcuno incapace di cogliere la sfida di un lavoro serio.

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Consumo di suolo ( I parte). Inviata mail ai sindaci per ottenere osservazioni.

Apriamo una discussione seria?

In questi giorni ho inviato una mail ai sindaci della provincia di Alessandria per chiedere cosa ne pensano del tema – Consumo di suolo -.

Premetto che all’inizio di settembre avevo pubblicato su facebook un mio articolo dal titolo “Inseguire i propri sogni senza dimenticare i propri limiti”. Quell’articolo, ripreso e pubblicato da alcuni giornali, fu fatto oggetto di parodia da un noto canale informativo torinese. Nella sostanza mi si imputava poca chiarezza e un linguaggio troppo “epico”. Voglio bene ai giornalisti perché tutti fanno un mestiere molto difficile e alcuni sono anche bravi, quindi, li capisco e faccio chiarezza.

Quando scrivevo: ”…. Tre parole: coraggio, responsabilità, bellezza. Il coraggio di cambiare rotta con scelte lungimiranti e radicali per liberare il sistema dove il primato dell’individuo va a scapito del bene comune. La seconda è responsabilità per essere noi il primo esempio del cambiamento che chiediamo al prossimo. La terza parola è bellezza, la bellezza dell’etica  della vita e della Politica. Una bellezza che ci permette di vedere senza effetti speciali la meraviglia di chi insegue i propri sogni senza dimenticare i propri limiti….”  non intendevo riesumare lo stile del sommo Virgilio ma fare riferimento, ad esempio, a temi concreti come il consumo di suolo.

Intanto ringrazio tutte le persone che a vario titolo mi hanno già inviato giudizi in merito; sono deciso a proseguire questo approfondimento e ne attendo da voi altri purché sia chiaro che non sono motivato ad aprire una discussione per limitare lo sviluppo economico ma per contribuire a renderlo compatibile alle esigenze della natura e dell’uomo.

L’Unione Europea chiede agli Stati membri, quindi anche all’Italia, di raggiungere entro il 2050 l’azzeramento del consumo di suolo. Nel frattempo in Europa è stimato che un’area pari a circa 1000 km quadrati, più o meno equivalente alla superficie di una città come Berlino, viene definitivamente persa in seguito alla sola costruzione di nuove infrastrutture o reti viarie.

I dati della ricerca del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente rilevano quest’anno ulteriori criticità nelle zone periurbane e urbane. Il consumo del suolo con le sue conseguenze rallenta a causa della crisi ma non accenna a fermarsi. E’ evidente che non vi sono ancora strumenti efficaci per il governo dei territori e ciò rappresenta un enorme problema in vista dell’auspicata ripresa economica che non dovrà corrispondere ad una ripresa incontrollata dell’artificializzazione del suolo.

Non possiamo più permettercelo anche da un punto di vista economico, oltre che per salvaguardare la natura, compresa l’incolumità dell’uomo. Gli effetti sono evidenti: erosione del paesaggio rurale, perdita di servizi eco sistemici, vulnerabilità al cambiamento climatico. Cerchiamo di chiarire il significato della rappresentazione del consumo che è data dal crescente insieme di aree coperte artificialmente da edifici, fabbricati, infrastrutture, aree estrattive, discariche, cantieri, cortili piazzali e altre aree pavimentate o in terra battuta, serre e altre coperture permanenti, aeroporti, porti, aree e campi sportivi impermeabili, pannelli fotovoltaici e tutte le altre impermeabilizzazioni non necessariamente urbane.

Prossimamente approfondiremo ciò che accade in Italia e in Piemonte.

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Inseguire i propri sogni, senza dimenticare i propri limiti.

Economia, ecologia, politiche per la salute, autonomie locali.

 

Ho scritto in questi giorni che intendo dedicare attenzioni ed interessi a due temi specifici che ritengo strategici per il futuro delle nostre comunità. Il primo è il “Localismo”, intendendo il localismo come lo strumento Istituzionale più vicino ai cittadini per il governo dei territori. Svilupperemo meglio questo argomento ma credo sia arrivato il tempo per imporre una discussione onesta sul ruolo delle Autonomie Locali e sulla forza del Federalismo equo basato sul principio dell’autonomia fiscale e non sui trasferimenti dal Governo centrale. Il secondo tema riguarda l’economia coniugata al rispetto delle leggi della natura. Anche per questo argomento saranno necessari analisi e confronti ma sono certo dell’importanza delle scelte da compiere proprio ora e proprio nei nostri territori per indicare una via pubblica allo sviluppo economico. Ancor più dove abito, nella Valle Bormida tristemente nota per i danni dell’Acna di Cengio, dove da troppo tempo assistiamo a battaglie Istituzionali e popolari per evitare la realizzazione di diversi progetti ritenuti potenzialmente pericolosi per l’ambiente ma non vediamo sui tavoli della Politica indirizzi certi per alternative industriali praticabili. Faccio solo una premessa che vale ovunque, ancor più in Valle Bormida: per realizzare una società più giusta dobbiamo elaborare un’economia della speranza perché questa economia, quella che sembra avere un diritto irrinunciabile sull’uso incontrollato delle risorse naturali, non è compatibile con il Pianeta Terra. Ma non basta dire “no”. Ho già ricevuto alcune richieste di precisazioni circa il fatto che presiedo la Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Piemonte e che dovrei dedicare il mio tempo alla soluzione dei problemi in questi settori. In parte è vero, ma trovo molte relazioni tra economia, ecologia, amministrazioni locali e diritto alla salute. Inoltre, questione più importante, penso che la Riforma Sanitaria avviata nella nostra Regione ha raggiunto la metà del percorso e che saranno fondamentali alcune scelte nel prossimo autunno per dare un senso al resto del cammino. Io ho maturato una posizione circa l’indirizzo politico sull’organizzazione del sistema in provincia di Alessandria. Vedrò prossimamente l’evoluzione del confronto e come i legittimi interessi (tanti e non solo politici) si disporranno e poi deciderò cosa fare.

In questo senso nelle mie letture estive mi è stato di conforto, come spesso mi capita, Don Luigi Ciotti nel caso di specie con “L’eresia della verità”. Nel capitolo dedicato allo sport egli afferma che ai giovani dovremmo insegnare che nello sport, come nella vita, e io aggiungo come in Politica, non si bara. Che è più dignitoso arrivare ultimi ma puliti, che primi truccando i propri limiti. Don Luigi rispolvera tre parole per ritornare ad uno sport pulito, quindi ad una vita e ad una Politica pulita.

La prima è il coraggio, il coraggio di cambiare rotta con scelte lungimiranti e radicali per liberare il sistema dove il primato dell’individuo va a scapito del bene comune. La seconda è responsabilità per essere noi il primo esempio del cambiamento che chiediamo al prossimo. La terza parola è bellezza, la bellezza dell’etica dello sport, della vita e della Politica. Una bellezza che ci permette di vedere senza effetti speciali la meraviglia di chi insegue i propri sogni senza dimenticare i propri limiti.

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Risparmi per i cittadini ed efficienza per lo Stato solo con L’Autonomia Fiscale.

Basta con la discussione sui trasferimenti dello Stato agli Enti Locali.

Ho partecipato di recente ad una riunione con alcuni dirigenti del PD locale per un confronto sul futuro delle Amministrazioni Provinciali, in particolare sul futuro della Provincia di Alessandria. E’ stata un’occasione utile per riflettere anche sulle condizioni dei Comuni e sullo stato delle riforme fino ad ora avviate.

Ho apprezzato molto gli interventi che contenevano ipotesi di lavoro di prospettiva e ho ascoltato con qualche dubbio ma con rispetto gli interventi animati esclusivamente da critiche sul passato. Il punto politico che provo da qualche mese a ripetere è che il nostro Paese ha bisogno di un “Localismo strategico”, per utilizzare una definizione cara ad alcuni Costituzionalisti. Localismo non equivale a “campanilismo” ma al progetto di uno Stato giusto ed efficiente che garantisce l’utilizzo dei servizi pubblici locali attraverso il sistema delle Autonomie.

Nella discussione dell’altra sera il tema del trasferimento di risorse ai Comuni e alle Province per erogare servizi è stato ripreso da tutti nell’accezione negativa in quanto, come è noto, da decenni quei trasferimenti vengono progressivamente decurtati.

E’ proprio su questa disputa che la Politica deve trovare una via nuova che nella sostanza è sempre stata indicata ma non è stata mai percorsa. Pur con principi di solidarietà nazionale è giunto il tempo dell’Autonomia Fiscale per gli Enti Locali. Abbiamo bisogno di un’Italia dove i cittadini pagano, e pagano meno, per ottenere un servizio esattamente l’Ente che lo ha erogato. Questo è il Federalismo e questa è anche la semplificazione e, se il metodo viene applicato con equità e correttezza amministrativa, risulta meno costoso del sistema in cui viviamo che è palesemente centralista e vessatorio.

Faccio una domanda che mi rendo conto possa apparire alquanto banale: quanto tempo deve ancora trascorrere prima di definire a cosa servono le Istituzioni previste in Costituzione, quali servizi esattamente erogano, cosa costano quei servizi e quanto devono pagarli i cittadini/contribuenti?

Domenico Ravetti

Consigliere Regionale

 

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Significato della voce del verbo cambiare e un post scriptum finale.

Non è mai stato il nostro mestiere consegnare ciò che abbiamo ricevuto nelle medesime condizioni. Se la mission è la manutenzione dell’esistente noi siamo i meno adatti. Tutti noi, (e anche quelli che nei tempi passati la pensavano come noi) abbiamo sempre provato a modificare l’esistente non per principio ma perché abbiamo valutato le inadeguatezze rispetto alle esigenze dei cittadini. Forse esiste qualcuno soddisfatto del presente? Forse non sentiamo da tempo tutti l’urgenza del cambiamento? Certo, è molto più semplice conservare che riformare, lo capisco; riformare è un bellissimo verbo durante le campagne congressuali o elettorali ma alla prova delle scelte quel verbo genera cambiamenti nelle abitudini e mette in discussione alcuni privilegi non marginali nella nostra società. Se il cambiamento va nel senso della riduzione delle diseguaglianze e del rafforzamento dei diritti in particolare dei più deboli, i primi ad accendere i focolai del dissenso sono proprio quelli che hanno di più e devono privarsi di qualcosa. Di norma sono quelli più attrezzati per convincere pure i più deboli con artifizi d’ogni genere che il cambiamento non va bene. Insomma, le riforme non sono un ballo per debuttanti ma le riforme servono, eccome servono. Esempi? Ne faccio alcuni elementari, così elementari da far impallidire i populisti del bar dello sport, ma almeno ci facciamo capire. La riforma del fisco: alzare l’aliquota per i redditi più alti abbassando quella per quelli più bassi. Oppure un contributo modesto, da 100 a 500 euro, sul patrimonio immobiliare per incassare circa 10 miliardi a favore delle politiche per il lavoro. Oppure la riforma sulle detrazioni fiscali dove replicare le politiche per le ristrutturazioni o l’efficientamento energetico anche per le spese sociali o sanitarie facendo emergere “il nero”. E ancora, ad esempio, l’abbattimento della tassazione diretta e indiretta per le imprese che producono, innovano e assumono aumentando contemporaneamente la tassazione per chi specula con mere operazioni finanziarie. Insomma, spazi per riforme vere e utili ci sono, basta avere il coraggio di occuparli.
P.S. se in provincia di Alessandria avviassimo le procedure per la fusione tra Azienda Sanitaria Locale e Azienda Ospedaliera con evidentissimi vantaggi per i cittadini chi per primi solleverebbero il polverone delle polemiche?

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