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LIBERIAMOCI DALLA “OSSESSIONE DEL VOTO”

All’alba di una nuova e lunga stagione elettorale non mi rassegno all’idea che la politica serva solo a chi la fa.

La Politica serve alle persone, in prima istanza a quelle più esposte ai rischi di una società che tende ad escludere i più deboli. Ma la Politica serve anche ai forti e ai competitivi che hanno bisogno delle regole del gioco per evitare degenerazioni. La Politica serve se chi la fa si pone come obiettivo il “bene comune” e compie analisi e scelte conseguenti finalizzate a diffondere benessere. Serve se è al servizio, non se si serve. Ma non al servizio di interessi particolari, questo è il punto. Quindi, se posso permettermelo, formulo un auspicio e che valga per tutti, anche per me. Un auspicio, non un paradosso e nemmeno una provocazione: liberiamoci dalla ossessione della raccolta dei voti. Lo so, non scrivo nulla di nuovo, vale da sempre, ma ora la misura è colma. Sono per primi i cittadini a non poterne più e che non vengono a votarci perché da tempo percepiscono che in troppi scegliamo per noi, per continuare ad avere un ruolo; non vengono più a votare, o votano dandoci un calcio nel sedere, perché non serviamo più se non a noi stessi o, nel migliore dei casi, a qualche particolare interesse. Liberiamoci dall’ossessione dei voti e maturiamo un atteggiamento più coraggioso. Siamo genuflessi quando dovremmo essere in piedi con la schiena diritta. Facciamoci valutare per i progetti che abbiamo non solo durante le campagne elettorali. Abituiamoci a dire la verità e a gestire il dissenso con saggezza evitando lo scontro su questioni molto più importanti di noi e del nostro destino come la salute, la scuola e il lavoro. Se la Politica serve solo più a prendere voti vuol dire che la caratteristica principale dei candidati, quelli che vanno a formare la classe dirigente del Paese, non dev’essere il talento ma la quantità (non la qualità) di relazioni, dentro o fuori i Partiti, che si trasformano in schede dentro l’urna. Ma se è questo il fine, e purtroppo in troppi casi questo è, la Democrazia diventa un inutile orpello marginale per i cittadini, un elemento servizievole, tuttalpiù un percorso alternativo per la carriera di qualcuno incapace di cogliere la sfida di un lavoro serio.

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Consumo di suolo ( I parte). Inviata mail ai sindaci per ottenere osservazioni.

Apriamo una discussione seria?

In questi giorni ho inviato una mail ai sindaci della provincia di Alessandria per chiedere cosa ne pensano del tema – Consumo di suolo -.

Premetto che all’inizio di settembre avevo pubblicato su facebook un mio articolo dal titolo “Inseguire i propri sogni senza dimenticare i propri limiti”. Quell’articolo, ripreso e pubblicato da alcuni giornali, fu fatto oggetto di parodia da un noto canale informativo torinese. Nella sostanza mi si imputava poca chiarezza e un linguaggio troppo “epico”. Voglio bene ai giornalisti perché tutti fanno un mestiere molto difficile e alcuni sono anche bravi, quindi, li capisco e faccio chiarezza.

Quando scrivevo: ”…. Tre parole: coraggio, responsabilità, bellezza. Il coraggio di cambiare rotta con scelte lungimiranti e radicali per liberare il sistema dove il primato dell’individuo va a scapito del bene comune. La seconda è responsabilità per essere noi il primo esempio del cambiamento che chiediamo al prossimo. La terza parola è bellezza, la bellezza dell’etica  della vita e della Politica. Una bellezza che ci permette di vedere senza effetti speciali la meraviglia di chi insegue i propri sogni senza dimenticare i propri limiti….”  non intendevo riesumare lo stile del sommo Virgilio ma fare riferimento, ad esempio, a temi concreti come il consumo di suolo.

Intanto ringrazio tutte le persone che a vario titolo mi hanno già inviato giudizi in merito; sono deciso a proseguire questo approfondimento e ne attendo da voi altri purché sia chiaro che non sono motivato ad aprire una discussione per limitare lo sviluppo economico ma per contribuire a renderlo compatibile alle esigenze della natura e dell’uomo.

L’Unione Europea chiede agli Stati membri, quindi anche all’Italia, di raggiungere entro il 2050 l’azzeramento del consumo di suolo. Nel frattempo in Europa è stimato che un’area pari a circa 1000 km quadrati, più o meno equivalente alla superficie di una città come Berlino, viene definitivamente persa in seguito alla sola costruzione di nuove infrastrutture o reti viarie.

I dati della ricerca del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente rilevano quest’anno ulteriori criticità nelle zone periurbane e urbane. Il consumo del suolo con le sue conseguenze rallenta a causa della crisi ma non accenna a fermarsi. E’ evidente che non vi sono ancora strumenti efficaci per il governo dei territori e ciò rappresenta un enorme problema in vista dell’auspicata ripresa economica che non dovrà corrispondere ad una ripresa incontrollata dell’artificializzazione del suolo.

Non possiamo più permettercelo anche da un punto di vista economico, oltre che per salvaguardare la natura, compresa l’incolumità dell’uomo. Gli effetti sono evidenti: erosione del paesaggio rurale, perdita di servizi eco sistemici, vulnerabilità al cambiamento climatico. Cerchiamo di chiarire il significato della rappresentazione del consumo che è data dal crescente insieme di aree coperte artificialmente da edifici, fabbricati, infrastrutture, aree estrattive, discariche, cantieri, cortili piazzali e altre aree pavimentate o in terra battuta, serre e altre coperture permanenti, aeroporti, porti, aree e campi sportivi impermeabili, pannelli fotovoltaici e tutte le altre impermeabilizzazioni non necessariamente urbane.

Prossimamente approfondiremo ciò che accade in Italia e in Piemonte.

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Inseguire i propri sogni, senza dimenticare i propri limiti.

Economia, ecologia, politiche per la salute, autonomie locali.

 

Ho scritto in questi giorni che intendo dedicare attenzioni ed interessi a due temi specifici che ritengo strategici per il futuro delle nostre comunità. Il primo è il “Localismo”, intendendo il localismo come lo strumento Istituzionale più vicino ai cittadini per il governo dei territori. Svilupperemo meglio questo argomento ma credo sia arrivato il tempo per imporre una discussione onesta sul ruolo delle Autonomie Locali e sulla forza del Federalismo equo basato sul principio dell’autonomia fiscale e non sui trasferimenti dal Governo centrale. Il secondo tema riguarda l’economia coniugata al rispetto delle leggi della natura. Anche per questo argomento saranno necessari analisi e confronti ma sono certo dell’importanza delle scelte da compiere proprio ora e proprio nei nostri territori per indicare una via pubblica allo sviluppo economico. Ancor più dove abito, nella Valle Bormida tristemente nota per i danni dell’Acna di Cengio, dove da troppo tempo assistiamo a battaglie Istituzionali e popolari per evitare la realizzazione di diversi progetti ritenuti potenzialmente pericolosi per l’ambiente ma non vediamo sui tavoli della Politica indirizzi certi per alternative industriali praticabili. Faccio solo una premessa che vale ovunque, ancor più in Valle Bormida: per realizzare una società più giusta dobbiamo elaborare un’economia della speranza perché questa economia, quella che sembra avere un diritto irrinunciabile sull’uso incontrollato delle risorse naturali, non è compatibile con il Pianeta Terra. Ma non basta dire “no”. Ho già ricevuto alcune richieste di precisazioni circa il fatto che presiedo la Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Piemonte e che dovrei dedicare il mio tempo alla soluzione dei problemi in questi settori. In parte è vero, ma trovo molte relazioni tra economia, ecologia, amministrazioni locali e diritto alla salute. Inoltre, questione più importante, penso che la Riforma Sanitaria avviata nella nostra Regione ha raggiunto la metà del percorso e che saranno fondamentali alcune scelte nel prossimo autunno per dare un senso al resto del cammino. Io ho maturato una posizione circa l’indirizzo politico sull’organizzazione del sistema in provincia di Alessandria. Vedrò prossimamente l’evoluzione del confronto e come i legittimi interessi (tanti e non solo politici) si disporranno e poi deciderò cosa fare.

In questo senso nelle mie letture estive mi è stato di conforto, come spesso mi capita, Don Luigi Ciotti nel caso di specie con “L’eresia della verità”. Nel capitolo dedicato allo sport egli afferma che ai giovani dovremmo insegnare che nello sport, come nella vita, e io aggiungo come in Politica, non si bara. Che è più dignitoso arrivare ultimi ma puliti, che primi truccando i propri limiti. Don Luigi rispolvera tre parole per ritornare ad uno sport pulito, quindi ad una vita e ad una Politica pulita.

La prima è il coraggio, il coraggio di cambiare rotta con scelte lungimiranti e radicali per liberare il sistema dove il primato dell’individuo va a scapito del bene comune. La seconda è responsabilità per essere noi il primo esempio del cambiamento che chiediamo al prossimo. La terza parola è bellezza, la bellezza dell’etica dello sport, della vita e della Politica. Una bellezza che ci permette di vedere senza effetti speciali la meraviglia di chi insegue i propri sogni senza dimenticare i propri limiti.

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Risparmi per i cittadini ed efficienza per lo Stato solo con L’Autonomia Fiscale.

Basta con la discussione sui trasferimenti dello Stato agli Enti Locali.

Ho partecipato di recente ad una riunione con alcuni dirigenti del PD locale per un confronto sul futuro delle Amministrazioni Provinciali, in particolare sul futuro della Provincia di Alessandria. E’ stata un’occasione utile per riflettere anche sulle condizioni dei Comuni e sullo stato delle riforme fino ad ora avviate.

Ho apprezzato molto gli interventi che contenevano ipotesi di lavoro di prospettiva e ho ascoltato con qualche dubbio ma con rispetto gli interventi animati esclusivamente da critiche sul passato. Il punto politico che provo da qualche mese a ripetere è che il nostro Paese ha bisogno di un “Localismo strategico”, per utilizzare una definizione cara ad alcuni Costituzionalisti. Localismo non equivale a “campanilismo” ma al progetto di uno Stato giusto ed efficiente che garantisce l’utilizzo dei servizi pubblici locali attraverso il sistema delle Autonomie.

Nella discussione dell’altra sera il tema del trasferimento di risorse ai Comuni e alle Province per erogare servizi è stato ripreso da tutti nell’accezione negativa in quanto, come è noto, da decenni quei trasferimenti vengono progressivamente decurtati.

E’ proprio su questa disputa che la Politica deve trovare una via nuova che nella sostanza è sempre stata indicata ma non è stata mai percorsa. Pur con principi di solidarietà nazionale è giunto il tempo dell’Autonomia Fiscale per gli Enti Locali. Abbiamo bisogno di un’Italia dove i cittadini pagano, e pagano meno, per ottenere un servizio esattamente l’Ente che lo ha erogato. Questo è il Federalismo e questa è anche la semplificazione e, se il metodo viene applicato con equità e correttezza amministrativa, risulta meno costoso del sistema in cui viviamo che è palesemente centralista e vessatorio.

Faccio una domanda che mi rendo conto possa apparire alquanto banale: quanto tempo deve ancora trascorrere prima di definire a cosa servono le Istituzioni previste in Costituzione, quali servizi esattamente erogano, cosa costano quei servizi e quanto devono pagarli i cittadini/contribuenti?

Domenico Ravetti

Consigliere Regionale

 

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Significato della voce del verbo cambiare e un post scriptum finale.

Non è mai stato il nostro mestiere consegnare ciò che abbiamo ricevuto nelle medesime condizioni. Se la mission è la manutenzione dell’esistente noi siamo i meno adatti. Tutti noi, (e anche quelli che nei tempi passati la pensavano come noi) abbiamo sempre provato a modificare l’esistente non per principio ma perché abbiamo valutato le inadeguatezze rispetto alle esigenze dei cittadini. Forse esiste qualcuno soddisfatto del presente? Forse non sentiamo da tempo tutti l’urgenza del cambiamento? Certo, è molto più semplice conservare che riformare, lo capisco; riformare è un bellissimo verbo durante le campagne congressuali o elettorali ma alla prova delle scelte quel verbo genera cambiamenti nelle abitudini e mette in discussione alcuni privilegi non marginali nella nostra società. Se il cambiamento va nel senso della riduzione delle diseguaglianze e del rafforzamento dei diritti in particolare dei più deboli, i primi ad accendere i focolai del dissenso sono proprio quelli che hanno di più e devono privarsi di qualcosa. Di norma sono quelli più attrezzati per convincere pure i più deboli con artifizi d’ogni genere che il cambiamento non va bene. Insomma, le riforme non sono un ballo per debuttanti ma le riforme servono, eccome servono. Esempi? Ne faccio alcuni elementari, così elementari da far impallidire i populisti del bar dello sport, ma almeno ci facciamo capire. La riforma del fisco: alzare l’aliquota per i redditi più alti abbassando quella per quelli più bassi. Oppure un contributo modesto, da 100 a 500 euro, sul patrimonio immobiliare per incassare circa 10 miliardi a favore delle politiche per il lavoro. Oppure la riforma sulle detrazioni fiscali dove replicare le politiche per le ristrutturazioni o l’efficientamento energetico anche per le spese sociali o sanitarie facendo emergere “il nero”. E ancora, ad esempio, l’abbattimento della tassazione diretta e indiretta per le imprese che producono, innovano e assumono aumentando contemporaneamente la tassazione per chi specula con mere operazioni finanziarie. Insomma, spazi per riforme vere e utili ci sono, basta avere il coraggio di occuparli.
P.S. se in provincia di Alessandria avviassimo le procedure per la fusione tra Azienda Sanitaria Locale e Azienda Ospedaliera con evidentissimi vantaggi per i cittadini chi per primi solleverebbero il polverone delle polemiche?

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