Abolita burocrazia per mercatini occasionali.

Una nuova norma per le vendite occasionali su area pubblica, ossia i mercatini degli hobbisti. E’ quanto previsto dall’emendamento del PD approvato al disegno di legge sul riordino dell’ordinamento regionale per il 2017. La proposta è nata dal confronto del gruppo consiliare del Pd con l’Unione nazionale delle Pro Loco (Unpli). Attualmente l’hobbista deve richiedere un’autorizzazione temporanea al Comune di svolgimento del mercatino e per ogni manifestazione è tenuto al pagamento di una marca da bollo. Con l’emendamento azzeriamo la burocrazia e i costi: le autorizzazioni temporanee e le marche da bollo non saranno più necessarie. Gli attuali obblighi e procedimenti amministrativi saranno interamente sostituiti da un semplice libretto in cui verranno registrate le presenze, con un massimo di 18 durante l’anno nei diversi mercatini nei comuni piemontesi. Quella degli hobbisti è un’attività saltuaria che necessitava di una semplificazione, abbiamo così accolto quanto ci chiedevano diversi Comuni e associazioni di tutto il Piemonte.

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Consumo di suolo ( I parte). Inviata mail ai sindaci per ottenere osservazioni.

Apriamo una discussione seria?

In questi giorni ho inviato una mail ai sindaci della provincia di Alessandria per chiedere cosa ne pensano del tema – Consumo di suolo -.

Premetto che all’inizio di settembre avevo pubblicato su facebook un mio articolo dal titolo “Inseguire i propri sogni senza dimenticare i propri limiti”. Quell’articolo, ripreso e pubblicato da alcuni giornali, fu fatto oggetto di parodia da un noto canale informativo torinese. Nella sostanza mi si imputava poca chiarezza e un linguaggio troppo “epico”. Voglio bene ai giornalisti perché tutti fanno un mestiere molto difficile e alcuni sono anche bravi, quindi, li capisco e faccio chiarezza.

Quando scrivevo: ”…. Tre parole: coraggio, responsabilità, bellezza. Il coraggio di cambiare rotta con scelte lungimiranti e radicali per liberare il sistema dove il primato dell’individuo va a scapito del bene comune. La seconda è responsabilità per essere noi il primo esempio del cambiamento che chiediamo al prossimo. La terza parola è bellezza, la bellezza dell’etica  della vita e della Politica. Una bellezza che ci permette di vedere senza effetti speciali la meraviglia di chi insegue i propri sogni senza dimenticare i propri limiti….”  non intendevo riesumare lo stile del sommo Virgilio ma fare riferimento, ad esempio, a temi concreti come il consumo di suolo.

Intanto ringrazio tutte le persone che a vario titolo mi hanno già inviato giudizi in merito; sono deciso a proseguire questo approfondimento e ne attendo da voi altri purché sia chiaro che non sono motivato ad aprire una discussione per limitare lo sviluppo economico ma per contribuire a renderlo compatibile alle esigenze della natura e dell’uomo.

L’Unione Europea chiede agli Stati membri, quindi anche all’Italia, di raggiungere entro il 2050 l’azzeramento del consumo di suolo. Nel frattempo in Europa è stimato che un’area pari a circa 1000 km quadrati, più o meno equivalente alla superficie di una città come Berlino, viene definitivamente persa in seguito alla sola costruzione di nuove infrastrutture o reti viarie.

I dati della ricerca del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente rilevano quest’anno ulteriori criticità nelle zone periurbane e urbane. Il consumo del suolo con le sue conseguenze rallenta a causa della crisi ma non accenna a fermarsi. E’ evidente che non vi sono ancora strumenti efficaci per il governo dei territori e ciò rappresenta un enorme problema in vista dell’auspicata ripresa economica che non dovrà corrispondere ad una ripresa incontrollata dell’artificializzazione del suolo.

Non possiamo più permettercelo anche da un punto di vista economico, oltre che per salvaguardare la natura, compresa l’incolumità dell’uomo. Gli effetti sono evidenti: erosione del paesaggio rurale, perdita di servizi eco sistemici, vulnerabilità al cambiamento climatico. Cerchiamo di chiarire il significato della rappresentazione del consumo che è data dal crescente insieme di aree coperte artificialmente da edifici, fabbricati, infrastrutture, aree estrattive, discariche, cantieri, cortili piazzali e altre aree pavimentate o in terra battuta, serre e altre coperture permanenti, aeroporti, porti, aree e campi sportivi impermeabili, pannelli fotovoltaici e tutte le altre impermeabilizzazioni non necessariamente urbane.

Prossimamente approfondiremo ciò che accade in Italia e in Piemonte.

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Tocca a noi decidere il futuro della sanità. Azienda unica?

Nel convegno organizzato da Cittadinanzattiva ad Acqui Terme sono intervenuto con l’obiettivo di condividere alcune verità su quello che è capitato in Piemonte negli ultimi anni e con la volontà di indicare alcuni percorsi per il futuro.
Circa le verità: 
1) La Giunta Cota firmò nel 2010 l’atto che impegnava la Regione a superare con il Piano di Rientro la fase di sostanziale fallimento in cui era finita insieme ad altre nove Regioni del Sud.
2) Dal 2010 al 2014 sul sito del Ministero della Salute nella sezione – Piani di rientro – è ben specificato ciò che ha fatto quella Giunta.
3) Dal 1 gennaio 2017 la Giunta Chiamparino ha condotto la Regione fuori dal pantano del Piano di Rientro ed ora è possibile ritornare alla programmazione, agli investimenti, alle assunzioni e al protagonismo dei territori secondo i bisogni di salute dei cittadini.
4) Dal 2014 al 2017 durante il periodo più difficile sul riordino della rete ospedaliera, con scelte imposte dai Ministeri dell’Economia e della Salute, alcuni interessi specifici e parti politiche, più o meno in buona fede, hanno alimentato paure ed esasperato il clima utilizzando troppe volte menzogne.
5) Nel progettare il futuro dobbiamo tener conto di ciò che accade con le disponibilità del Fondo Sanitario Nazionale sia nella fase di stanziamento che nella fase di erogazione del fondo alle Regioni. Anche la Corte dei Conti ha rilevato che le erogazioni sono inferiori agli stanziamenti mentre le esigenze dei cittadini aumentano e aumenta anche il numero di prestazioni previste con i Lea.
6) Questo sistema, quello che abbiamo a disposizione ora, non è esattamente quello che noi abbiamo in mente ma è il sistema emerso dopo il salvataggio; ora possiamo pensare al futuro migliorandolo.
Circa il futuro e circa il futuro in particolare in provincia di Alessandria:
Abbiamo bisogno di un’occasione di rilettura dei bisogni della domanda e dell’offerta dei servizi con una conseguente riflessione su quanto si sta facendo e sulle possibili aree di miglioramento. Non abbiamo più l’obiettivo di contenere la spesa ma di riqualificarla; inoltre non dobbiamo più usare verbi come ridurre, concentrare, eliminare ma potenziare, valorizzare, sviluppare.
Dobbiamo generare il valore aggiunto che la nostra rete ospedaliera può offrire con azioni nelle quali è possibile determinare miglioramenti significativi nelle attività assistenziali e nell’efficienza operativa. Possiamo farlo con il protagonismo dei 6260 dipendenti, dirigenti medici, personale infermieristico, ruoli amministrativi. Tutti.
Per quelle che sono le mie responsabilità e le mie competenze non voglio negare al territorio della provincia di Alessandria l’opportunità di scegliere il proprio futuro con la creazione di una Azienda unica. Chi ci lavora e ha chiaro ciò che accade negli ospedali e nella sanità territoriale sa che le attuali due aziende Sanitarie, per mission conflittuali, non potranno generare elementi strutturali migliorativi e questo a prescindere dalle direzioni generali. Tutto questo per mantenere nel tempo le eccellenze, per diffondere ovunque buona prevenzione e promuovere adeguati stili di vita, per abbattere le liste d’attesa, per evitare la mobilità passiva, per affrontare con più efficacia disabilità e cronicità. Per me la discussione è aperta nei territori e in Consiglio Regionale, che è il luogo deputato a far sintesi con il protagonismo di tutti.
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Inseguire i propri sogni, senza dimenticare i propri limiti.

Economia, ecologia, politiche per la salute, autonomie locali.

 

Ho scritto in questi giorni che intendo dedicare attenzioni ed interessi a due temi specifici che ritengo strategici per il futuro delle nostre comunità. Il primo è il “Localismo”, intendendo il localismo come lo strumento Istituzionale più vicino ai cittadini per il governo dei territori. Svilupperemo meglio questo argomento ma credo sia arrivato il tempo per imporre una discussione onesta sul ruolo delle Autonomie Locali e sulla forza del Federalismo equo basato sul principio dell’autonomia fiscale e non sui trasferimenti dal Governo centrale. Il secondo tema riguarda l’economia coniugata al rispetto delle leggi della natura. Anche per questo argomento saranno necessari analisi e confronti ma sono certo dell’importanza delle scelte da compiere proprio ora e proprio nei nostri territori per indicare una via pubblica allo sviluppo economico. Ancor più dove abito, nella Valle Bormida tristemente nota per i danni dell’Acna di Cengio, dove da troppo tempo assistiamo a battaglie Istituzionali e popolari per evitare la realizzazione di diversi progetti ritenuti potenzialmente pericolosi per l’ambiente ma non vediamo sui tavoli della Politica indirizzi certi per alternative industriali praticabili. Faccio solo una premessa che vale ovunque, ancor più in Valle Bormida: per realizzare una società più giusta dobbiamo elaborare un’economia della speranza perché questa economia, quella che sembra avere un diritto irrinunciabile sull’uso incontrollato delle risorse naturali, non è compatibile con il Pianeta Terra. Ma non basta dire “no”. Ho già ricevuto alcune richieste di precisazioni circa il fatto che presiedo la Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Piemonte e che dovrei dedicare il mio tempo alla soluzione dei problemi in questi settori. In parte è vero, ma trovo molte relazioni tra economia, ecologia, amministrazioni locali e diritto alla salute. Inoltre, questione più importante, penso che la Riforma Sanitaria avviata nella nostra Regione ha raggiunto la metà del percorso e che saranno fondamentali alcune scelte nel prossimo autunno per dare un senso al resto del cammino. Io ho maturato una posizione circa l’indirizzo politico sull’organizzazione del sistema in provincia di Alessandria. Vedrò prossimamente l’evoluzione del confronto e come i legittimi interessi (tanti e non solo politici) si disporranno e poi deciderò cosa fare.

In questo senso nelle mie letture estive mi è stato di conforto, come spesso mi capita, Don Luigi Ciotti nel caso di specie con “L’eresia della verità”. Nel capitolo dedicato allo sport egli afferma che ai giovani dovremmo insegnare che nello sport, come nella vita, e io aggiungo come in Politica, non si bara. Che è più dignitoso arrivare ultimi ma puliti, che primi truccando i propri limiti. Don Luigi rispolvera tre parole per ritornare ad uno sport pulito, quindi ad una vita e ad una Politica pulita.

La prima è il coraggio, il coraggio di cambiare rotta con scelte lungimiranti e radicali per liberare il sistema dove il primato dell’individuo va a scapito del bene comune. La seconda è responsabilità per essere noi il primo esempio del cambiamento che chiediamo al prossimo. La terza parola è bellezza, la bellezza dell’etica dello sport, della vita e della Politica. Una bellezza che ci permette di vedere senza effetti speciali la meraviglia di chi insegue i propri sogni senza dimenticare i propri limiti.

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Risparmi per i cittadini ed efficienza per lo Stato solo con L’Autonomia Fiscale.

Basta con la discussione sui trasferimenti dello Stato agli Enti Locali.

Ho partecipato di recente ad una riunione con alcuni dirigenti del PD locale per un confronto sul futuro delle Amministrazioni Provinciali, in particolare sul futuro della Provincia di Alessandria. E’ stata un’occasione utile per riflettere anche sulle condizioni dei Comuni e sullo stato delle riforme fino ad ora avviate.

Ho apprezzato molto gli interventi che contenevano ipotesi di lavoro di prospettiva e ho ascoltato con qualche dubbio ma con rispetto gli interventi animati esclusivamente da critiche sul passato. Il punto politico che provo da qualche mese a ripetere è che il nostro Paese ha bisogno di un “Localismo strategico”, per utilizzare una definizione cara ad alcuni Costituzionalisti. Localismo non equivale a “campanilismo” ma al progetto di uno Stato giusto ed efficiente che garantisce l’utilizzo dei servizi pubblici locali attraverso il sistema delle Autonomie.

Nella discussione dell’altra sera il tema del trasferimento di risorse ai Comuni e alle Province per erogare servizi è stato ripreso da tutti nell’accezione negativa in quanto, come è noto, da decenni quei trasferimenti vengono progressivamente decurtati.

E’ proprio su questa disputa che la Politica deve trovare una via nuova che nella sostanza è sempre stata indicata ma non è stata mai percorsa. Pur con principi di solidarietà nazionale è giunto il tempo dell’Autonomia Fiscale per gli Enti Locali. Abbiamo bisogno di un’Italia dove i cittadini pagano, e pagano meno, per ottenere un servizio esattamente l’Ente che lo ha erogato. Questo è il Federalismo e questa è anche la semplificazione e, se il metodo viene applicato con equità e correttezza amministrativa, risulta meno costoso del sistema in cui viviamo che è palesemente centralista e vessatorio.

Faccio una domanda che mi rendo conto possa apparire alquanto banale: quanto tempo deve ancora trascorrere prima di definire a cosa servono le Istituzioni previste in Costituzione, quali servizi esattamente erogano, cosa costano quei servizi e quanto devono pagarli i cittadini/contribuenti?

Domenico Ravetti

Consigliere Regionale

 

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Oncologia a Casale Monferrato.“Polemiche sempre utili ma non superare il limite della verità”

Sono da sempre convinto dell’importanza del ruolo delle opposizioni che, per essere utili alle comunità, devono anche utilizzare toni aspri e critiche pungenti. Per questo non mi hanno mai sorpreso le decine di comunicati stampa del centro destra contro il salvataggio della sanità pubblica piemontese; mi ha sorpreso la facilità con cui Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno dimenticato le loro responsabilità politiche circa il fallimento del sistema sanitario e la loro incapacità di superare il “piano di rientro” quando erano al Governo del Piemonte, incapacità dimostrabile dai documenti tuttora pubblicati sul sito del Ministero competente.

Ma l’ultimo comunicato stampa firmato da esponenti della Lega Nord e di Fratelli d’Italia dimostra quanto ad una certa destra, con evidenti sfumature di incompetenza sulla materia, interessi molto più la polemica finalizzata ad ottenere consenso a buon mercato superando pure il limite della verità.

Scrivono: “Ad Ivrea (molto più piccola di Casale e con un territorio di riferimento minore) viene rinnovata Oncologia e il medesimo Reparto casalese, città che vive una problematica tristemente unica con le malattie amianto correlate, viene chiuso e i posti letto tagliati?

Semplicemente quello che è stato scritto sull’Oncologia casalese non è vero. E’ vero che si può fare di più e meglio, non ho dubbi. E’ vero che dopo il salvataggio della sanità pubblica piemontese dovremmo progettare insieme il futuro (per esempio rilanciando idee e concretezza per la Ricerca sul mesotelioma). E’ vero che le opposizioni devono fare il proprio mestiere, ma sulla salute dei nostri concittadini servirebbero prudenza e affidabilità, elementi utili a restituire anche autorevolezza alla Politica.

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Federalismo Comunale!

Al referendum lombardo veneto sull’autonomia fiscale non si risponde NO.

Si risponde: “Federalismo Comunale”

L’iniziativa politica di Roberto Maroni e Luca Zaia con il referendum per l’autonomia fiscale della Lombardia e del Veneto merita attenzione e rispetto. Non possiamo da sinistra rubricare sotto voci sbagliate un tema che rimette al centro dell’azione politica la questione irrisolta del Federalismo e delle Autonomie Locali. Il testo del referendum lombardo recita “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?”. La domanda non include elementi beceri di quel secessionismo nemmeno più caro alla Lega ma allude ad un nuovo dibattito che scardina l’idea del neo centralismo praticato nei fatti da più di un ventennio. Andiamo con ordine.

I Comuni, soprattutto i più piccoli, hanno pagato un prezzo rilevante per ridurre il debito pubblico della Nazione. Negli anni è capitato che la stessa mano, pur con colorazioni politiche diverse, ha applicato “tagli” poderosi ai trasferimenti dello Stato verso le Autonomie Locali mettendo a dura prova gli Amministratori nel mantenere inalterata la qualità dei servizi. E i servizi nei Comuni sono i Diritti che determinano la qualità della vita dei cittadini: scuole, trasporti, rifiuti, politiche sociali.

Quei tagli sono stati applicati in un campo di continui stravolgimenti delle regole ai limiti dell’interpretazione individuale delle norme da applicare, norme che di mese in mese hanno determinato solo confusione.

Ma l’Italia è l’Italia dei Comuni, della bellezza dei suoi borghi antichi, l’Italia è l’Italia delle comunità solidali che si organizzano democraticamente attorno al Palazzo del Sindaco con reti sociali inclusive e idee per lo sviluppo dei territori. Quei Palazzi, quei Sindaci e quei Consiglieri Comunali sono le articolazioni dello Stato più vicine alla nostra popolazione che meritano più fiducia e più autonomia finanziaria e decisionale proprio per il bene dei territori che amministrano. Negli anni della “riforma incompiuta” delle Province è arrivato il tempo per un nuovo patto per definire il paniere dei servizi da affidare ai Comuni con certezze circa le coperture dei costi che non possono dipendere dai trasferimenti statali ma dall’autonomia fiscale. Per scrivere il Futuro dobbiamo tornare ai principi del Federalismo Comunale con profili solidali (e con chiarezza sulle competenze) consapevoli che per alcuni servizi gli ambiti territoriali ottimali per produrre efficacia ed efficienza non potranno essere quelli delle mura antiche d’ogni paese. Forse è in questo contesto sovracomunale che potremo trovare un ruolo alle Province salvate dal No al Referendum del dicembre scorso.

Ed è in questo contesto che può trovare le sue ragioni il referendum lombardo veneto. Altrimenti rischia d’essere un’iniziativa velleitaria che rafforza un tratto delle componenti politiche del centro destra ma che non risolve un solo problema ai cittadini.

Domenico Ravetti

Consigliere Regionale

 

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Avremmo bisogno semplicemente di un Partito normale.

PD, Congressi di Circolo e Congressi provinciali. Più in là quello regionale.

 

Tra qualche settimana inizierà la stagione dei congressi di circolo e dei congressi provinciali del Partito Democratico. Quindi anche nella nostra provincia avvieremo le procedure per eleggere i gruppi dirigenti locali che avranno il compito non semplice di affrontare i passaggi politici per il prossimo quadriennio.

Gli iscritti saranno gli unici a potersi esprimere, vedremo nei prossimi mesi se verranno nuovamente utilizzate le Primarie aperte a tutti gli elettori per la scelta dei segretari Regionali, scelta prevista più in là nel tempo. Dico subito che sull’argomento – Segretario Regionale – la discussione non può essere svolta esclusivamente dentro le mura torinesi per di più solo tra soggetti della medesima componente politica. Per come si è aperto il confronto nelle schermaglie agostane, e se così dovesse proseguire, mi pare del tutto naturale immaginare una reazione segnata da candidature con caratteristiche differenti da quelle che i giornali riportano. Ma per questo appuntamento tutti abbiamo ancora del tempo e hanno del tempo anche quelli che dovranno essere più inclusivi se vorranno provare a vincere.

Non abbiamo invece molto tempo per decidere il da farsi nei Circoli e nelle Unioni provinciali. C’è un errore che non dovremmo commettere: la corsa al tesseramento, i pacchetti di tessere utili solo ad imporre un segretario funzionale a qualche progetto. E di solito i progetti in queste vicende non sono mai per i cittadini.

Per essere un Partito normale avremmo bisogno di un confronto politico serio sul futuro dei nostri territori. E’ un’occasione incredibile che non possiamo gettare al vento in quanto più interessati alle sfide muscolari tra filiere di dirigenti. L’occasione dei congressi è quella di un confronto sulle prospettive che riguardano le piccole e grandi questioni di interesse pubblico: posso fare un elenco, ognuno può fare il suo, di certo il PD dovrà posizionarsi nel dibattito sulla gestione dei rifiuti, sulla sanità, sul trasporto pubblico locale, sullo sviluppo economico, sul lavoro e su tanto d’altro.

In un Partito normale dovremmo dividerci su idee diverse per il futuro, non sulla scelta dei nomi che potrebbero garantire più tranquillità per il futuro delle prossime candidature.

Il 2018 sarà l’anno delle elezioni Politiche, e vedremo che capiterà e con quale legge elettorale; il 2019 sarà l’anno delle elezioni regionali e delle amministrative dove andranno al voto città come Novi Ligure, Tortona, Casale Monferrato, Ovada, e lì avremo bisogno di coalizioni competitive. Quello che voglio dire è che nell’approccio con quegli appuntamenti possiamo provare a cancellare il passato ma la verità è che veniamo da filotti perdenti di assoluto rilievo come le Amministrative 2016 di Torino, il Referendum del dicembre scorso e le Amministrative 2017 di Alessandria.

Per tornare ad essere vincenti alle elezioni non basta raddoppiare il tesseramento, non basta stringere accordi e “accordicchi” e non basta chiedere al mondo di girare sempre attorno agli stessi.

Facciamo attenzione perché quei metodi hanno i giorni contati; alla fine sono sempre gli elettori che decidono e per convincerli gli argomenti sono altri. Sta a noi riconoscerli.

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Lettere sul futuro della sanità alessandrina

Caro Mimmo,

provo a scriverti queste righe con lo sguardo di chi, nel panorama della sanità piemontese, vive il mondo della sanità dal di dentro delle sue viscere. Come sai sono prossimo alla pensione, non ho nessuna ambizione di carriera, e vivo la necessità di un cambio di passo dell’organizzazione sanitaria provinciale come una sorta di testamento professionale di chi, credendo fortemente nella bontà di un servizio sanitario pubblico, spera in un’ineludibile riorganizzazione dei servizi resi ai cittadini in campo sanitario. La mia riflessione parte necessariamente dalla mia realtà di pediatra ospedaliero che, come sai, si inquadra nel contesto di un difficile ricambio generazionale, stante la carenza di offerta di nuovi specialisti pediatri immessi dall’università nel nostro mercato del lavoro. Una criticità presente anche per altre specialità e che trova le sue ragioni nella carenza di nuovi medici e specializzandi, ma che vive tutta la sua drammaticità soprattutto in pediatria, dove la duplice scelta fra territorio ed ospedale premia, per motivi contrattuali, soprattutto la prima a discapito della seconda. In soldoni, non si trovano più pediatri disposti ad affrontare una carriera ospedaliera a fronte della più tranquilla e remunerativa posizione garantita al pediatra di famiglia. A fronte di queste carenze che vedrà crollare, per il mancato turn over, il numero dei pediatri italiani da 16000 ad 8000 in meno di un decennio, ma che imporrà anche ad altre specialità una marcata contrazione, credo sia necessario esplicitarti alcune considerazioni.

Primo. La sanità ha inevitabilmente costi crescenti, sia nel campo della diagnostica laboratoristica e strumentale che in campo terapeutico-riabilitativo.

Secondo. Un servizio sanitario pubblico deve garantire standard qualitativi elevati difficili da sostenere in mancanza di un deciso innalzamento del PIL.

Terzo. All’interno del proprio territorio un servizio pubblico non può essere concorrenziale a se stesso.

Quarto. Una duplicazione o peggio una moltiplicazione dei servizi resi ai cittadini a livello provinciale appiattisce le eccellenze per l’impossibilità di garantirne la sostenibilità economica. In provincia esistono sei chirurgie, tre strutture di oculistica, tre punti nascita, cinque cardiologie e altre situazione analoghe. Ci si domanda: queste strutture devono competere o interagire?

Quinto. E’ assolutamente necessario rimodulare l’offerta sanitaria pubblica commisurandola ai reali bisogni dei cittadini.

Sesto.  Due aziende sanitarie, con due dirigenze separate e assolutamente non dialoganti fra loro non può essere in grado né di valutare, in una sorta di triage, i differenti bisogni di salute né di garantire una possibile differenziazione dei servizi

Settimo. Concludo affermando che solo un’unica regia in provincia può e deve far coincidere la domanda con l’offerta, eliminando sprechi a livello di risorse economiche ed umane.

Cordialmente

Riccardo Lera,

al momento in cui scrivo, pediatra, facente funzione di un facente funzione della SC di Pediatria.

 

 

Caro Riccardo grazie,

è una fortuna conoscerti e considero la tua lettera un prezioso regalo che rendo pubblico con il tuo consenso.

Sì, la sanità in provincia di Alessandria è ad un bivio, hai ragione. Abbiamo superato la fase dei debiti e delle incongruenze certificate in quel mortificante “piano di rientro” e siamo all’inizio di un nuovo percorso. Non perdo questa occasione per ricordare che il fallimento della sanità pubblica piemontese, unica Regione del nord tra le dieci d’Italia, è l’effetto la cui causa è da ricercare nella incapacità della politica di assumersi la responsabilità di compiere delle scelte avendo come unico fine la salute dei cittadini. Ho visto troppi soggetti Istituzionali innamorati del potere che per mantenere il consenso hanno rinviato o rallentato il processo di riforma del sistema che inevitabilmente non ha retto la sfida della sostenibilità. Tanto è vero che le riforme migliori, quelle che servono davvero alla comunità intera sono processi di cambiamento che mettono ai margini molti privilegi consolidati. Mi sono convinto che privilegi e consenso sono stati una brutta malattia in Piemonte.

È il destino della mia generazione quello di farsi carico delle tante derive dei nostri tempi, ma non lamentiamoci, guardiamo avanti e cerchiamo insieme delle soluzioni. Torno alle mie prime considerazioni e alla certezza che siamo all’inizio di un nuovo percorso dove sarà possibile attivare buona programmazione riqualificando il sistema, sempre se sarà chiaro a tutti che non potremo tornare al passato.

Le considerazioni che tu mi hai inviato le rendo pubbliche e vorrei fossero elementi di discussione nelle prossime settimane per tutti i tuoi colleghi che come te vivono “il mondo della sanità dal di dentro delle sue viscere” ancor più se “prossimi alla pensione, senza ambizione di carriera” meglio ancora se, come te, ritengono sia arrivato il tempo “di un cambio di passo dell’organizzazione sanitaria provinciale”.

Io sono consapevole che è arrivato il tempo delle grandi scelte nella nostra provincia e sono altrettanto consapevole che se riservassimo questo confronto esclusivamente alle stanze della politica lo stesso finirebbe arenato nella palude della contrapposizione fra le parti.

So che se manterremo l’attuale organizzazione in un decennio dequalificheremo i presidi periferici e perderemo le eccellenze dell’hub alessandrino. Lo so io, lo sai tu e lo sanno tutti quelli che sono in buona fede. Altro che portare la gente in piazza a protestare per difendere i posti letto, i primari, i laboratori.

Aiutateci. Non ve lo chiedo per ottenere dei vantaggi politici, ve lo chiedo per le generazioni che verranno. Se sapremo confinare ai margini privilegi e consenso, se sapremo valorizzare i talenti che già lavorano con noi, se sapremo dare spazi e opportunità ai giovani medici, daremo un futuro alla nostra sanità pubblica. La questione vera è che non abbiamo molto tempo.

Domenico Ravetti,

al momento in cui scrivo Consigliere Regionale.

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Ipab piemontesi: approvata la legge di riordino

Ipab: approvata la legge

Ravetti (Pd): “Dopo 16 anni finalmente si potrà procedere alla riorganizzazione”

“Dopo sedici anni le Ipab potranno essere riorganizzate attraverso un testo di legge nuovo e moderno che permetterà alle strutture di trasformare la propria figura giuridica in aziende pubbliche, in fondazioni o in associazioni di diritto privato, prevedendo anche una fascia intermedia, per alcune Ipab di media grandezza, in cui sia possibile scegliere tra azienda pubblica e ente di diritto privato” ha dichiarato, nel suo intervento in Aula il Vice Presidente del Gruppo Pd e relatore di maggioranza del provvedimento, Domenico Ravetti.

“Le Ipab sono state il primo sistema di welfare organizzato su base volontaristica del Nord Italia, un sistema che da tempo non era pù in grado di reggere la sfida dell’innovazione e che, pertanto, andava adeguato ai tempi e alle richieste della società” ha proseguito Ravetti.

“Si tratta di una legge di sistema che non prevede costi aggiuntivi per la Regione, introduce aspetti innovativi e potrà contribuire al miglioramento del sistema sociosanitario nel suo complesso – ha concluso il Vice Presidente del Gruppo Pd- E’ stato approvato anche un ordine del giorno collegato, da me presentato, che impegna la Giunta ad “individuare le modalità più idonee ed efficaci a consentire che i Comuni sedi di IPAB trasformate in persone giuridiche di diritto privato siano pienamente coinvolti nell’ambito della programmazione e indirizzo delle attività di tali nuovi soggetti”.

 

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