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Per il nuovo corso universitario di Medicina e Chirurgia il momento è ora. (o mai più)

Esiste una possibilità concreta, non una delle tante promesse, per aprire nella provincia di Alessandria con l’università del Piemonte Orientale un Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia. E’ un progetto di interesse strategico per l’Ateneo e rappresenterebbe una decisiva opportunità per le strutture ospedaliere perché caratterizzerebbe in positivo la qualità delle cure e potenzierebbe la ricerca scientifica. Siamo ad un punto di svolta nella nostra provincia e non solo nel capoluogo.  Gli studi dimostrano gli effetti positivi sulle comunità locali di tale iniziativa: rappresenterebbe un volano per lo sviluppo economico locale, aumenterebbe la capacità di attrarre finanziamenti pubblici e privati e partnership con l’esterno, infine creerebbe un nuovo bisogno di infrastrutture.

Insomma, un Corso di Laurea, in particolare di Medicina e Chirurgia, cambia in meglio le città. Cosa devono fare adesso le Istituzioni? Capirne l’importanza e coglierne le opportunità, senza le solite e banalissime divisioni a cui è stato sottoposto anche nel recente passato il nostro territorio.

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Volevamo un’idea di futuro da interpretare. Ora l’abbiamo e possiamo ambire ad avere una prospettiva migliore.

Accorpamento Aso Asl Alessandria

A novembre dell’anno scorso in Consiglio Regionale avevamo approvato una mozione che impegnava la Giunta ad adottare la proposta propedeutica all’accorpamento ASL AL e AO SS. Antonio e Biagio e C. Arrigo di Alessandria. L’atto è stato adottato e ora il confronto ripartirà in IV Commissione e successivamente in Aula. I sostenitori del nuovo progetto hanno chiaro che l’obiettivo è quello di creare una nuova azienda sana e forte per garantire migliori servizi ai cittadini di tutta la provincia di Alessandria. Sulle ragioni del cambiamento e sulle scelte da compiere nel prossimo futuro avremmo bisogno di mettere al bando i simboli dei Partiti e le contrapposizioni animate solo per avvantaggiare alcuni politici, non certo i cittadini / pazienti. In questo senso ho colto con piacere l’atteggiamento di “apertura” dimostrato da molti consiglieri e assessori del Comune di Alessandria durante i lavori della Commissione Sanità a cui sono stato invitato. Al contrario in questi giorni mi sono parsi del tutto strumentali e sterili le affissioni di manifesti, così come alcuni mesti comunicati stampa. A questi esponenti, pregiudizialmente contrari al progetto di rafforzamento della sanità alessandrina, rinnovo, e questa volta pubblicamente, la disponibilità ad uno o più confronti pubblici ovunque e nei momenti da essi ritenuti più opportuni; rilevo che di norma chi non vuole accettare il confronto è perché non ha solidi argomenti e preferisce nascondersi dietro la comodità degli slogan.

Sappiamo bene che dopo il salvataggio della sanità pubblica piemontese abbiamo tutti il dovere di programmare il futuro che riguarda la salute delle persone; una discussione seria che merita sobrietà, toni adeguati, studio e approfondimento. La condizione finanziaria, il Piano Nazionale Esiti, alcuni evidenti disservizi e i dati della mobilità passiva ci dimostrano che dobbiamo avere coraggio e onestà intellettuale nell’ambire a modificare il senso di marcia. In particolare dobbiamo dimostrare freddezza verso chi custodisce prevalentemente i propri particolari interessi senza curarsi del più vasto mondo di cui fa parte.

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Ospedale di Ovada e 118. “Ascoltare i Sindaci”

Ravetti: ”CHIEDO AI VERTICI ASL ASO DI CONSIDERARE CON LA MASSIMA ATTENZIONE QUANTO RICHIESTO DAI SINDACI E DAI MEDICI DELL’OVADESE.”

Tutti i 16 sindaci dell’Ovadese hanno firmato la lettera che sarà inviata prossimamente ai vertici dell’Asl ed ell’ASO per chiedere che il 118 ricominci a portare al Pronto soccorso di Ovada i codici verdi ora indirizzati a Novi. La scelta dei primi cittadini è sostenuta da un gruppo nutrito di medici di base del territorio che qualche settimana fa ha avanzato la stessa proposta. Dalle informazioni che ho raccolto, proprio questi ultimi si assumerebbero la responsabilità di chiedere per i propri pazienti, caso per caso, il trasporto a Ovada invece che altrove. Per questa ragione ritengo che sul documento, che mi pare esclusivamente interessato a migliorare la qualità dei servizi erogati dal nostro sistema, i gruppi dirigenti di ASO e di ASL possano attivare con la massima attenzione tutte le opportune verifiche per valutare gli eventuali effetti positivi.

 

 

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Codice di deontologia Medica (art.30). Affacciamoci al di là del muro.

IL PATTO PIU’ IMPORTANTE CHE FIRMANO I MEDICI.

Il codice di deontologia medica e’ un corpus di regole di autodisciplina predeterminate dalla professione, vincolanti per gli iscritti all’ordine che a quelle norme devono quindi adeguare la loro condotta professionale.

CONFLITTO DI INTERESSI – INDIRIZZI APPLICATIVI ALLEGATI ALL’ART.  30

Le condizioni di conflitto di interessi riguardanti aspetti economici e di altra natura possono manifestarsi nella ricerca e divulgazione scientifica, nella formazione e aggiornamento professionale, nella prescrizione terapeutica e di esami diagnostici, nell’attività di consulenza e di pubblico ufficiale e nei rapporti con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la pubblica amministrazione.

 

  1. I medici non devono accettare elargizioni o altre utilità che possano limitare l’appropriatezza delle proprie decisioni inerenti all’esercizio professionale.
  2. Nel rispetto dei principi di legalità e trasparenza i medici possono ricevere compensi, retribuzioni o altre utilità solo attraverso le procedure e gli strumenti previsti dalla normativa vigente.
  3. Il medico attua una costante revisione critica della divulgazione scientifica di cui viene informato; a tale fine può avvalersi dell’azione di supporto del proprio Ordine professionale.
  4. I medici o le associazioni professionali che effettuano campagne di prevenzione ed educazione sanitaria o promuovono forme di informazione sanitaria o partecipano alla diffusione di notizie scientifiche attraverso i mass media o la stampa di categoria, devono manifestare il nome dello sponsor e applicare i presenti indirizzi applicativi validi anche nei rapporti eventualmente intrattenuti con industrie, organizzazioni ed enti pubblici e privati.
  5. Il medico ricercatore deve dichiarare gli eventuali rapporti di consulenza o collaborazione con gli sponsor della ricerca.
  6. Il medico ricercatore deve applicare sempre regole di trasparenza, condurre l’analisi dei dati in modo indipendente rispetto agli eventuali interessi dello sponsor e non accettare condizioni per le quali non possa pubblicare o diffondere i risultati delle ricerche, senza vincoli di proprietà da parte degli sponsor, qualora questi comportino risultati negativi per il paziente. Se la pubblicazione, anche quando non sia frutto di specifica ricerca, è sponsorizzata il nome dello sponsor deve essere esplicitato; chiunque pubblichi redazionali o resoconti di convegni o partecipi a conferenze stampa deve dichiarare il nome dell’eventuale sponsor.
  7. Il medico ricercatore e i membri dei comitati editoriali devono dichiarare alla rivista scientifica, nella quale intendono pubblicare, il ruolo avuto nel progetto e il nome del responsabile dell’analisi dei dati.
  8. Il medico ricercatore deve vigilare sugli eventuali condizionamenti, anche economici, esercitati sui soggetti arruolati nella ricerca, in particolare rispetto a coloro che si trovano in posizione di dipendenza o di vulnerabilità.
  9. Il medico ricercatore non deve accettare di redigere il rapporto conclusivo per la pubblicazione di una ricerca alla quale non ha partecipato e non può accettare clausole di sospensione della ricerca a discrezione dello sponsor ma solo per motivazioni scientifiche o etiche comunicate al Comitato etico per la convalida.
  10. I medici operanti nei Comitati Etici per la sperimentazione sui farmaci e nei Comitati Etici locali devono rispettare le regole di trasparenza della sperimentazione prima di approvarla e rilasciare essi stessi dichiarazione di assenza di conflitti di interessi. Gli indirizzi applicativi di cui sopra si applicano anche agli studi multicentrici.
  11. I medici non possono percepire direttamente finanziamenti allo scopo di favorire la loro partecipazione a eventi formativi; eventuali finanziamenti possono essere erogati alla società scientifica organizzatrice dell’evento o all’azienda sanitaria presso la quale opera il medico.
  12. Il finanziamento da parte delle industrie a congressi e a corsi di formazione non deve condizionare la scelta sia dei partecipanti che dei contenuti, dei relatori, dei metodi didattici e degli strumenti impiegati; la responsabilità di tali scelte spetta al responsabile scientifico dell’evento.
  13. Il medico non può accettare ristoro economico per un soggiorno superiore alla durata dell’evento, né per iniziative turistiche e sociali aggiuntive e diverse da quelle eventualmente organizzate dal congresso né ospitalità per familiari o amici.
  14. Il medico relatore a congressi ha diritto ad un compenso adeguato per il lavoro svolto, in particolare di preparazione ed al rimborso delle spese di viaggio, alloggio e vitto.
  15. Il responsabile scientifico vigila affinché il materiale distribuito dall’industria nel corso degli eventi formativi sia rispondente alla normativa vigente e che le voci di spesa relative al contributo dello sponsor, siano chiaramente esplicitate dalla società organizzatrice.
  16. Il relatore nei mini meeting, organizzati dalle industrie per illustrare ai medici le caratteristiche dei loro prodotti innovativi, deve dichiarare gli eventuali rapporti con l’azienda promotrice.
  17. E’ fatto divieto al medico di partecipare ad eventi formativi, compresi i minimeeting, la cui ospitalità non sia contenuta in limiti ragionevoli o, comunque, intralci l’attività formativa.
  18. Nel caso in cui i corsi di aggiornamento si svolgano e vengano sponsorizzati in località turistiche nei periodi di stagionalità, il medico non deve protrarre, oltre la durata dell’evento, la sua permanenza   a carico dello sponsor.
  19. Il medico, ferma restando la libertà delle scelte formative, deve partecipare a eventi la cui rilevanza medico scientifica e valenza formativa sia esclusiva.
  20. Il medico è tenuto a non sollecitare e a rifiutare premi, vantaggi pecuniari o in natura, offerti da aziende farmaceutiche o da aziende fornitrici di materiali o dispositivi medici, salvo che siano di valore trascurabile e comunque collegati all’attività professionale; il medico può accettare pubblicazioni di carattere medico-scientifico.
  21. I campioni di farmaci di nuova introduzione possono essere accettati dal medico per un anno dalla loro immissione in commercio.
  22.  Il medico riceve gli informatori scientifici del farmaco in base alla loro discrezionalità e alle loro esigenze informative e senza provocare intralcio all’assistenza; dell’orario di visita può venire data notizia ai pazienti mediante informativa esposta nelle sale di aspetto degli ambulatori pubblici o privati e degli studi professionali.
  23.  Il medico non deve sollecitare la pressione delle associazioni dei malati per ottenere la erogazione di farmaci di non provata efficacia.
  24.  Il medico facente parte di commissioni di aggiudicazione di forniture non può partecipare a iniziative formative a spese delle aziende partecipanti.
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Provo a spiegare perché nei sistemi sanitari va rafforzato l’asse tra cittadini, innovatori e valutatori

Nerina Dirindin è una donna che stimo molto. E’ Senatore della Repubblica, Docente di Scienza delle Finanze e di Economia e politica sanitaria presso l’Università di Torino (in aspettativa); è Presidente del Comitato Scientifico di Ires Piemonte; presiede due Enti importanti come il CORIPE Piemonte (consorzio Unito e Unipo) e il Cipes Piemonte.

Sul rapporto tra Istituzioni e Sanità raccolgo alcuni spunti offerti da una sua relazione.

La Politica dovrebbe adottare strumenti scientifici inattaccabili per offrire ai decisori, a tutti i livelli di governo, e ai cittadini, informazioni rigorose sull’opportunità di compiere delle scelte (o di escluderle). Strumenti che altri Paesi, molto più avanzati del nostro, forse perché meno abituati all’ascolto degli interessi particolari, già adottano per fornire un sostanziale contributo all’individuazione di “ciò per cui vale la pena pagare”. Ma per quali scelte? Per l’insieme di quegli interventi sanitari, siano essi apparecchiature, strumenti diagnostici, dispositivi medici. E ancora: per i sistemi di erogazione dell’assistenza o modelli organizzativi / gestionali di servizi assistenziali adottati per affrontare un problema clinico o per migliorare il decorso di una patologia e più genericamente la qualità dell’assistenza.

Ma ora cosa succede? Come si decide nella maggior parte dei casi? Ora le decisioni sono prese in condizioni di emergenza (vera o presunta), sotto pressione (delle scadenze dei vari portatori di interesse), in tempi rapidi e su questioni sempre più complesse. Per di più su innovazioni sempre più incalzanti con una necessità di una pluralità di prospettive. Oggi è visibile la difficoltà dei decisori ad integrare l’evidenza scientifica con elementi di contesto e priorità sociali. Oggi è terribilmente complicato, non impossibile, rendere trasparenti i processi decisionali.

Quindi, così come capita altrove in Europa e nel mondo, anche in Italia e nelle province del Piemonte, compresa quella da cui provengo, abbiamo bisogno di investire sulla progressiva diffusione della cultura della valutazione producendo documentati esempi di decisioni basate sulle evidenze. Non sulle opinioni che spesso, non sempre, coincidono con pur legittimi interessi di parte che, come sono solito dire, non è certo che determinino nemmeno un solo interesse generale

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Tocca a noi decidere il futuro della sanità. Azienda unica?

Nel convegno organizzato da Cittadinanzattiva ad Acqui Terme sono intervenuto con l’obiettivo di condividere alcune verità su quello che è capitato in Piemonte negli ultimi anni e con la volontà di indicare alcuni percorsi per il futuro.
Circa le verità: 
1) La Giunta Cota firmò nel 2010 l’atto che impegnava la Regione a superare con il Piano di Rientro la fase di sostanziale fallimento in cui era finita insieme ad altre nove Regioni del Sud.
2) Dal 2010 al 2014 sul sito del Ministero della Salute nella sezione – Piani di rientro – è ben specificato ciò che ha fatto quella Giunta.
3) Dal 1 gennaio 2017 la Giunta Chiamparino ha condotto la Regione fuori dal pantano del Piano di Rientro ed ora è possibile ritornare alla programmazione, agli investimenti, alle assunzioni e al protagonismo dei territori secondo i bisogni di salute dei cittadini.
4) Dal 2014 al 2017 durante il periodo più difficile sul riordino della rete ospedaliera, con scelte imposte dai Ministeri dell’Economia e della Salute, alcuni interessi specifici e parti politiche, più o meno in buona fede, hanno alimentato paure ed esasperato il clima utilizzando troppe volte menzogne.
5) Nel progettare il futuro dobbiamo tener conto di ciò che accade con le disponibilità del Fondo Sanitario Nazionale sia nella fase di stanziamento che nella fase di erogazione del fondo alle Regioni. Anche la Corte dei Conti ha rilevato che le erogazioni sono inferiori agli stanziamenti mentre le esigenze dei cittadini aumentano e aumenta anche il numero di prestazioni previste con i Lea.
6) Questo sistema, quello che abbiamo a disposizione ora, non è esattamente quello che noi abbiamo in mente ma è il sistema emerso dopo il salvataggio; ora possiamo pensare al futuro migliorandolo.
Circa il futuro e circa il futuro in particolare in provincia di Alessandria:
Abbiamo bisogno di un’occasione di rilettura dei bisogni della domanda e dell’offerta dei servizi con una conseguente riflessione su quanto si sta facendo e sulle possibili aree di miglioramento. Non abbiamo più l’obiettivo di contenere la spesa ma di riqualificarla; inoltre non dobbiamo più usare verbi come ridurre, concentrare, eliminare ma potenziare, valorizzare, sviluppare.
Dobbiamo generare il valore aggiunto che la nostra rete ospedaliera può offrire con azioni nelle quali è possibile determinare miglioramenti significativi nelle attività assistenziali e nell’efficienza operativa. Possiamo farlo con il protagonismo dei 6260 dipendenti, dirigenti medici, personale infermieristico, ruoli amministrativi. Tutti.
Per quelle che sono le mie responsabilità e le mie competenze non voglio negare al territorio della provincia di Alessandria l’opportunità di scegliere il proprio futuro con la creazione di una Azienda unica. Chi ci lavora e ha chiaro ciò che accade negli ospedali e nella sanità territoriale sa che le attuali due aziende Sanitarie, per mission conflittuali, non potranno generare elementi strutturali migliorativi e questo a prescindere dalle direzioni generali. Tutto questo per mantenere nel tempo le eccellenze, per diffondere ovunque buona prevenzione e promuovere adeguati stili di vita, per abbattere le liste d’attesa, per evitare la mobilità passiva, per affrontare con più efficacia disabilità e cronicità. Per me la discussione è aperta nei territori e in Consiglio Regionale, che è il luogo deputato a far sintesi con il protagonismo di tutti.
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Lettere sul futuro della sanità alessandrina

Caro Mimmo,

provo a scriverti queste righe con lo sguardo di chi, nel panorama della sanità piemontese, vive il mondo della sanità dal di dentro delle sue viscere. Come sai sono prossimo alla pensione, non ho nessuna ambizione di carriera, e vivo la necessità di un cambio di passo dell’organizzazione sanitaria provinciale come una sorta di testamento professionale di chi, credendo fortemente nella bontà di un servizio sanitario pubblico, spera in un’ineludibile riorganizzazione dei servizi resi ai cittadini in campo sanitario. La mia riflessione parte necessariamente dalla mia realtà di pediatra ospedaliero che, come sai, si inquadra nel contesto di un difficile ricambio generazionale, stante la carenza di offerta di nuovi specialisti pediatri immessi dall’università nel nostro mercato del lavoro. Una criticità presente anche per altre specialità e che trova le sue ragioni nella carenza di nuovi medici e specializzandi, ma che vive tutta la sua drammaticità soprattutto in pediatria, dove la duplice scelta fra territorio ed ospedale premia, per motivi contrattuali, soprattutto la prima a discapito della seconda. In soldoni, non si trovano più pediatri disposti ad affrontare una carriera ospedaliera a fronte della più tranquilla e remunerativa posizione garantita al pediatra di famiglia. A fronte di queste carenze che vedrà crollare, per il mancato turn over, il numero dei pediatri italiani da 16000 ad 8000 in meno di un decennio, ma che imporrà anche ad altre specialità una marcata contrazione, credo sia necessario esplicitarti alcune considerazioni.

Primo. La sanità ha inevitabilmente costi crescenti, sia nel campo della diagnostica laboratoristica e strumentale che in campo terapeutico-riabilitativo.

Secondo. Un servizio sanitario pubblico deve garantire standard qualitativi elevati difficili da sostenere in mancanza di un deciso innalzamento del PIL.

Terzo. All’interno del proprio territorio un servizio pubblico non può essere concorrenziale a se stesso.

Quarto. Una duplicazione o peggio una moltiplicazione dei servizi resi ai cittadini a livello provinciale appiattisce le eccellenze per l’impossibilità di garantirne la sostenibilità economica. In provincia esistono sei chirurgie, tre strutture di oculistica, tre punti nascita, cinque cardiologie e altre situazione analoghe. Ci si domanda: queste strutture devono competere o interagire?

Quinto. E’ assolutamente necessario rimodulare l’offerta sanitaria pubblica commisurandola ai reali bisogni dei cittadini.

Sesto.  Due aziende sanitarie, con due dirigenze separate e assolutamente non dialoganti fra loro non può essere in grado né di valutare, in una sorta di triage, i differenti bisogni di salute né di garantire una possibile differenziazione dei servizi

Settimo. Concludo affermando che solo un’unica regia in provincia può e deve far coincidere la domanda con l’offerta, eliminando sprechi a livello di risorse economiche ed umane.

Cordialmente

Riccardo Lera,

al momento in cui scrivo, pediatra, facente funzione di un facente funzione della SC di Pediatria.

 

 

Caro Riccardo grazie,

è una fortuna conoscerti e considero la tua lettera un prezioso regalo che rendo pubblico con il tuo consenso.

Sì, la sanità in provincia di Alessandria è ad un bivio, hai ragione. Abbiamo superato la fase dei debiti e delle incongruenze certificate in quel mortificante “piano di rientro” e siamo all’inizio di un nuovo percorso. Non perdo questa occasione per ricordare che il fallimento della sanità pubblica piemontese, unica Regione del nord tra le dieci d’Italia, è l’effetto la cui causa è da ricercare nella incapacità della politica di assumersi la responsabilità di compiere delle scelte avendo come unico fine la salute dei cittadini. Ho visto troppi soggetti Istituzionali innamorati del potere che per mantenere il consenso hanno rinviato o rallentato il processo di riforma del sistema che inevitabilmente non ha retto la sfida della sostenibilità. Tanto è vero che le riforme migliori, quelle che servono davvero alla comunità intera sono processi di cambiamento che mettono ai margini molti privilegi consolidati. Mi sono convinto che privilegi e consenso sono stati una brutta malattia in Piemonte.

È il destino della mia generazione quello di farsi carico delle tante derive dei nostri tempi, ma non lamentiamoci, guardiamo avanti e cerchiamo insieme delle soluzioni. Torno alle mie prime considerazioni e alla certezza che siamo all’inizio di un nuovo percorso dove sarà possibile attivare buona programmazione riqualificando il sistema, sempre se sarà chiaro a tutti che non potremo tornare al passato.

Le considerazioni che tu mi hai inviato le rendo pubbliche e vorrei fossero elementi di discussione nelle prossime settimane per tutti i tuoi colleghi che come te vivono “il mondo della sanità dal di dentro delle sue viscere” ancor più se “prossimi alla pensione, senza ambizione di carriera” meglio ancora se, come te, ritengono sia arrivato il tempo “di un cambio di passo dell’organizzazione sanitaria provinciale”.

Io sono consapevole che è arrivato il tempo delle grandi scelte nella nostra provincia e sono altrettanto consapevole che se riservassimo questo confronto esclusivamente alle stanze della politica lo stesso finirebbe arenato nella palude della contrapposizione fra le parti.

So che se manterremo l’attuale organizzazione in un decennio dequalificheremo i presidi periferici e perderemo le eccellenze dell’hub alessandrino. Lo so io, lo sai tu e lo sanno tutti quelli che sono in buona fede. Altro che portare la gente in piazza a protestare per difendere i posti letto, i primari, i laboratori.

Aiutateci. Non ve lo chiedo per ottenere dei vantaggi politici, ve lo chiedo per le generazioni che verranno. Se sapremo confinare ai margini privilegi e consenso, se sapremo valorizzare i talenti che già lavorano con noi, se sapremo dare spazi e opportunità ai giovani medici, daremo un futuro alla nostra sanità pubblica. La questione vera è che non abbiamo molto tempo.

Domenico Ravetti,

al momento in cui scrivo Consigliere Regionale.

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Sanità: la mia intervista a Il Novese

1 -L’assessore Saitta ha annunciato che i conti della Regione, per quanto riguarda la sanità, sono tornati in ordine e che sta per partire la fase 2. In cosa consisterà, in pratica, per il nostro territorio?

E’ vero, dal 1 gennaio 2017 la Regione Piemonte è uscita dai vincoli del piano di rientro siglato il 29 luglio 2010. Ricordo che il debito rilevato a tutto il 31 dicembre 2004 era pari a 676 mln/euro. Ora l’assessorato potrà ritornare ad investire nelle risorse umane, nell’edilizia sanitaria, nelle nuove tecnologie con il principio della sostenibilità finanziaria sul medio e sul lungo periodo. Rete ospedaliera, politiche socio sanitarie territoriali, integrazione fra le professioni, ricerca, innovazione tecnologica: questi i campi di sviluppo.

2 – Recentemente hai passato una giornata visitando i vari pronto soccorso della provincia, che situazione hai trovato?

Ho visitato il pronto soccorso dei nostri presidi ospedalieri nel momento più difficile, quello del picco influenzale. Ci sono problemi ma sono risolvibili e vanno affrontati ricercando migliorie i cui effetti saranno evidenti con il tempo. La verità è che i problemi del pronto soccorso dipendono da molti fattori e interessano non solo le scelte adottate nella programmazione della medicina di emergenza/urgenza. Non è colpa dei cittadini se non sono mai state messe a sistema risposte alternative ai loro problemi di salute tra la casa e il pronto soccorso. Quello è il punto su cui dovremo lavorare.

3 – Nelle scorse settimane il nostro giornale ha avviato una serie di inchieste sulla sanità locale, evidenziando come i tagli hanno non hanno colpito in linea di massima i servizi esternalizzati. Ad esempio, come è emerso dalla nostra inchiesta, il servizio di sterilizzazione dei ferri chirurgici che non sembra rispondere a criteri di economicità. E’ possibile risparmiare riportando in casa questi appalti che sono in scadenza, oppure si proseguirà con la strada dell’esternalizzazione dei servizi?

Non entro nel merito dei singoli casi. Sostengo che la riorganizzazione del sistema pubblico e privato della sanità piemontese deve restituire efficienza e trasparenza. A volte serve il coraggio della responsabilità, altre volte basta un po’ di buon senso. Dobbiamo mettere in sicurezza il principio che tutto ciò che si fa ha un grande ed unico interesse che viene prima di ogni altro pur legittimo interesse: il bisogno di mantenere in salute, di curare e di riabilitare le persone.

4 – La riforma ospedaliera sui territorio molto spesso è sfociata in una guerra dei campanili tra i sindaci. Si è perso di vista l’obiettivo generale, la cura dei cittadini?

Ho girato tutto il Piemonte ma quello che abbiamo vissuto nella nostra provincia è stato, e sarà ancora, davvero singolare. Forse perché qui siamo abituati in tutte le politiche pubbliche a ragionare attorno ai sette centri zona che non vogliono determinare tra loro alcuna scala gerarchica. Poi la politica, quella che non ha remore nell’alimentare le paure, quella che non approfondisce, non studia. La politica che si lascia condizionare a sostegno di posizioni retrograde. La politica che difende un sistema fallito. Mentre c’era, e c’è ancora, lo spazio per fare le giuste critiche su ciò che non ha funzionato ma non contro tutti e tutto il cambiamento. E non è un problema di destra o sinistra ma di responsabilità collettive.

5 – Si farà l’accorpamento tra Asl e Aso? Ma soprattutto si farà il nuovo ospedale, e dove?

Vorrei evitare di aggiungere la mia opinione alle tante che ho ascoltato e letto in questi decenni su questi due importanti argomenti. Ho fatto altro. Ho presentato un ordine del giorno in Consiglio Regionale approvato all’unanimità dove ho chiesto alla Giunta di avviare uno studio con evidenza scientifica sugli effetti dell’accorpamento dell’Asl e dell’Aso. Mi interessa sapere cosa cambia per un cittadino avere un’azienda unica, dopo, ma solo dopo, mi interessa sapere cosa ne pensa il PD, la Lega, il M5S, il medico, o quello che perde la posizione di comando. Così pure per il nuovo ospedale. Ci verrà consegnato nei prossimi mesi uno studio dove capiremo, in base al territorio e ai bisogni di salute in questa provincia, quanti nuovi presidi ospedalieri servirebbero al posto degli attuali, i costi e le caratteristiche. Ovviamente quello studio preliminarmente conterrà la mappa dei costi di gestione e sanitari delle attuali strutture.

Così chi avrà un’altra posizione la dovrà sostenere con argomenti diversi da quelli che di solito ascolto.

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Salute: l’occasione storica per la provincia di Alessandria

 

Dopo l’uscita dalle costrizioni del Piano di Rientro a cui era sottoposta la sanità piemontese a causa di scelte sbagliate e non in linea con i bisogni di salute dei cittadini, ora è possibile programmare per il futuro.  Uno degli ambiti fondamentali delle politiche della salute è quello della Ricerca. Esiste un Programma Nazionale di Ricerca finanziato con una quota pari al 1% del Fondo Sanitario Nazionale che definisce le priorità e l’allocazione delle risorse anche in base a sinergie europee ed internazionali. Vale la pena soffermarsi sul fatto che le risorse a disposizione appaiono non adeguate alle reali esigenze e sotto la media rispetto agli impegni economici dimostrati nel tempo dai Paesi più avanzati. Tant’è che quelle poche risorse a disposizione impongono alla politica indirizzi chiari per evitare inefficaci dispersioni. In questo contesto nazionale si inseriscono le Regioni che in base al non modificato Titolo V della Costituzione hanno competenza concorrente in materia. Per questa premessa, e per le nuove condizioni  in cui oggi il Piemonte si trova, è tempo d’aprire una fase di approfondimento con l’obiettivo di valutare un Piano Strategico Regionale della Ricerca Sanitaria e Biomedica. Quel Piano sarebbe utile a definire ed attuare Istituzionalmente una Politica per la Ricerca e a valutarne l’attività secondo parametri scientifici oggettivi. Ne scaturirebbe una relazione sistematica tra l’analisi dei bisogni, le priorità, l’allocazione delle risorse e le risposte che la Ricerca stessa potrebbe fornire limitando le richieste sporadiche in ragione appunto di un piano organico condiviso.  Ma insistono altre ragioni che mi inducono a sostenere e a promuovere un sistema per la Ricerca Sanitaria e Biomedica. La prima ragione è di ordine culturale e formativo  e riguarda sia le strutture in cui si sviluppa la Ricerca, per il prestigio che ne deriva, che per i professionisti, quelli affermati e i giovani da formare; mi pare evidente che si tratterebbe di un investimento per il futuro delle strutture e dell’ambiente in cui sono collocate e sarebbe l’unica modalità, per altro già sperimentata altrove, per essere inseriti nei circuiti internazionali. La seconda banale ragione è propria delle ricadute sanitarie. La terza ragione è decisamente economica, anche occupazionale e non solo nell’ambito sanitario. La promozione del patrimonio di competenze scientifiche e tecnicamente qualificate renderebbe appetibile il territorio per nuovi insediamenti o per collaborazioni ad alto valore aggiunto attirando investimenti privati.

L’università, le imprese le Amministrazioni locali e le Aziende Sanitarie Regionali possono essere protagonisti di un sistema locale in grado di dare un senso alla frase usata o deturpata troppe volte “ Un futuro migliore”, un titolo di un tema il cui svolgimento rappresenta l’essenza delle Politiche Pubbliche.

Per questo sono contento del percorso fatto fino ad ora in Alessandria. Molte volte, quasi sempre, per realizzare un progetto sono necessarie preliminarmente  l’ostinazione, la perseveranza e la continuità.

Qui non sono mancate. Secondo i documenti del Piano Nazionale di Ricerca ciò che manca nel nostro territorio sono gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Sono certo che la provincia di Alessandria e le sue strutture hanno le carte per essere riconosciute tali per l’evidenza scientifica fino ad ora riscontrata, per la bravura dei nostri professionisti e perché qui ci sono state e ci saranno ancora condizioni ambientali che hanno sviluppato patologie non guaribili ma che hanno convinto tutti noi a reagire. Penso all’amianto e al mesotelioma.

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Inizia il piano per gli investimenti: 8 milioni per la rete territoriale con le Case della Salute e 2 milioni per l’autismo

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Il primo effetto positivo per la sanità in Piemonte dopo l’uscita dal rigidissimo piano di rientro è la possibilità di utilizzare circa 10 milioni di euro per l’assistenza socio sanitaria territoriale, precisamente due milioni per erogare servizi a favore dei pazienti affetti da disturbi dello spettro autistico ( giovani e adulti ) e otto milioni per la rete diffusa delle Case della Salute.

Circa l’autismo sarà fondamentale impegnare le risorse in tutti i distretti  per sviluppare medesimi modelli di presa in carico multidisciplinari e all’altezza degli effettivi bisogni di salute. Per l’età evolutiva, stiamo parlando di circa 2600 pazienti con diagnosi di autismo in cura presso i  servizi di neuropsichiatria infantile. Il 10% riguarda la fascia 0-3 anni (dove è maggiore la probabilità di miglioramento se i pazienti vengono curati con continuità).

Mentre, per quanto riguarda le Case della Salute, l’obiettivo è quello di sviluppare progressivamente un modello più vicino al cittadino in cui la risposta appropriata socio sanitaria di base sia accessibile nell’intero arco della giornata.

Con il 25% degli 8 milioni disponibili saranno  potenziate le realtà dove già esiste nei fatti un’integrazione tra le attività dei medici di famiglia, dei servizi distrettuali delle ASL e degli enti gestori delle Politiche Sociali (sono 25 in Piemonte).  Le rimanenti risorse verranno impegnate per realizzare altre 29 Case della Salute previste in questa prima fase.

In provincia di Alessandria alle realtà attive di Valenza e Castellazzo Bormida e alla sperimentazione denominata “Picasso” voluta nel distretto ovadese/acquese, (con infermieri di famiglia o comunità), si aggiungeranno le nuove Case della Salute di Arquata Scrivia e Castelnuovo Scrivia.

L’auspicio è quello che la direzione generale dell’ASL, in accordo con i sindaci del territorio,  sappia programmare con determinazione anche in altri territori della nostra provincia le opportunità delle Case della Salute dimostrando che la sanità può diventare un diritto più vicino ai cittadini.

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