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All’Italia serve un Governo, al PD un congresso

Fosse Politica ci troveremmo di fronte ad uno scenario chiaro con tre piste possibili: nessun Partito e nessuna coalizione hanno i numeri per formare un Governo per cui (1) o si procede con patti tra soggetti che il 4 marzo sono stati in competizione tra loro o (2) tutti, nessuno escluso, sostengono un Governo Istituzionale per un anno (o due) con punti programmatici decisivi per il Paese oppure (3) si torna subito al voto. I panettieri Di Maio e Salvini aprono e chiudono “i forni” del dialogo con la leggerezza dei passi di una etoile della danza. In un primo momento sembravano pronti a fare insieme le trecce, poi non si sono più guardati in faccia come i fidanzati delusi. Però, attenzione, dato che il feeling programmatico esiste davvero, i due potrebbero nuovamente tentare la liaison.

Nella pista 1 resta intera, anche se con qualche crepa, l’ipotesi del “Governo di minoranza” cioè di un Esecutivo (pentastellato o di centrodestra) a cui verrebbe garantito il sostegno con voti a favore o con l’astensione sui singoli provvedimenti legislativi. In poche realtà Europee per qualche tempo ha funzionato ma, se mi è concesso un giudizio, qui da noi non funzionerebbe per scarsa attitudine alla Buona Politica.  La pista 3 è quella praticabile e per me quella giusta, o forse quella che ci meritiamo, ma a patto che qualcuno, rebus sic stantibus, approvi una legge elettorale con un premio di maggioranza alla coalizione che arriva d’avanti alle altre. La “questione”, per usare parole desuete, è il PD e lo spazio che gli viene riservato dagli elettori, non quello che i dirigenti vorrebbero. Fosse politica. Ma non ne sono certo. Dobbiamo capirci sul titolo del tema perché c’è una differenza sostanziale tra Renzi e Il dopo Renzi. Se è Renzi il titolo, lo svolgimento più o meno è chiaro, si può essere favorevoli o contrari ma il tracciato riformista e autonomo, almeno dal resto della sinistra, lo conosciamo. Se il titolo è Il dopo Renzi, facciamo attenzione perché nulla è chiaro. Intanto servirebbe un congresso vero, non una conta delle tessere o degli elettori, sempre meno, delle Primarie. Un congresso servirebbe per definire la linea politica, si diceva un tempo, le alleanze e la leadership. Ma se è Renzi il titolo, sia Renzi a ricandidarsi a Segretario Nazionale, non un suo insipido surrogato. Se è Il dopo Renzi, al suo segnale scatenate il congresso.

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Come fosse un messaggio in bottiglia affidato alle onde

Uniti, con un’identità diversa e all’opposizione

Da tre anni a questa parte il giorno dopo le elezioni o il referendum scrivo: abbiamo perso. Anche ora, dopo il 4 marzo, scrivo – abbiamo perso -. L’Italia è da un’altra parte, non affida più a noi le sue speranze, è un’Italia impaurita ed arrabbiata che si rivolge al M5S e alla Lega. E questa verità può non piacerci ma resta la verità evidenziata segno dopo segno sulle schede elettorali. Questa condizione è la stessa che vivono quasi tutti i Paese dell’area europea con la sinistra riformista in difficoltà ovunque, praticamente ininfluente, se non in Germania ma solo perché fondamentale nella composizione del nuovo Governo Merkel. Lavoro, protezione sociale, immigrazione sono i temi su cui non abbiamo scampo e questo a prescindere da cosa è stato o cosa non è stato fatto. L’elettore, se preferite il cittadino, in larga misura, imputa a noi l’elenco degli errori convinto che abbiamo diffuso molte più insicurezze che certezze. Le nostre Riforme e il nostro salvataggio dei Conti Pubblici non hanno cambiato la quotidianità di chi ha problemi da risolvere, o forse i cambiamenti non sono stati percepiti; fatto sta che la nostra azione di Governo ci ha reso marginali. Il mio Partito, il PD, dal 40% del 2014 è passato al 19%. Basta affermare che è tutta colpa di Matteo Renzi per tornare a livelli di decenza elettorale? Non basta. Per me sarebbe più semplice affermarlo siccome non l’ho mai sostenuto nelle Primarie a cui ha partecipato, ma so bene che non risolverei mezzo problema e non offrirei una prospettiva politica. Prendiamoci il tempo necessario per capire come potremo ritornare ad essere utili alle persone e riflettiamo sul fatto che non abbiamo più un sogno da offrire agli Italiani. Soprattutto evitiamo le fulminanti conte interne tra quel che è rimasto del gruppo dirigente locale e territoriale. Per ripartire bene abbiamo bisogno di tre premesse: 1) il centrosinistra ha un senso solo se unito e il cammino da adesso in poi deve ostinatamente tendere verso la condivisione. 2) Il problema non è Renzi, nemmeno il renzismo. Anzi, sono parti del PD. Ma Renzi e il renzismo non possono più rappresentare la sintesi e l’identità del centrosinistra. Non lo dico io, l’hanno detto i cittadini con il voto. 3) dobbiamo trascorrere del tempo all’opposizione in Parlamento. Ci farà bene.

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LA CASA DI EMMA E’ VICINA ALLA NOSTRA

E’ noto che il PD è casa mia. Resto convinto della necessità di rendere questo posto un po’ più abitabile magari programmando una ristrutturazione non solo della facciata, ma le fondamenta sono sufficientemente solide. Io vedo ancora futuro in questo posto e non solo per chi possiede le chiavi e decide gli ingressi e le uscite; ma questa storia la riprenderemo più avanti. Ho promesso a me stesso che non giudicherò i compagni che se ne sono andati e che in questa competizione elettorale sono in posizione alternativa al PD. Mi dispiace però, lo ribadisco, hanno (o abbiamo) perso un’occasione storica per offrire una prospettiva migliore all’Italia mettendo all’angolo le destre. Destre che in Italia hanno guide incerte, sbiadite, se non, in alcuni casi, culturalmente volgari. Il PD è casa mia ma sono contento che accanto Emma Bonino abbia deciso di costruirne un’altra per rendere più forte la coalizione del centro sinistra. Emma è unica nel panorama politico non solo nazionale. Se mettiamo in fila le sue sfide per fare dell’Italia un Paese migliore ci accorgiamo d’avere a che fare con la grande protagonista delle più significative conquiste di civiltà della nostra Repubblica. Al suo fianco noi tutti ci sentiamo più forti.

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(Pensieri festivi). La Sinistra divisa, tra contingenza e futuro.

Ma qualcuno davvero può pensare che di fronte ai problemi che la nostra società vive, di fronte all’avanzata delle destre, di fronte ai limiti dell’Europa (che resta il più grande sogno dei Padri nobili della nostra Repubblica) la sinistra possa permettersi il lusso di dividersi? Parliamoci chiaro in premessa: nel PD ci sono persone di Sinistra, e non per definizione astratta, ma per quello che hanno fatto con la loro militanza o con la loro storia amministrativa o per quello che vorrebbero ancora fare nel futuro. Per me, e per tanti come me, parole come Libertà ed Uguaglianza rappresentano uno stile di vita, non uno slogan per le campagne elettorali. E quelle persone sono di Sinistra e con coerenza nel PD avendo o non avendo sostenuto l’attuale segretario.

Sempre all’insegna della chiarezza, rispetto all’assemblea dei delegati di Mdp, Si e Possibile che darà vita a una lista unitaria alle prossime elezioni ammetto la mia sofferenza. E’ una sofferenza di fronte alle immagini di un popolo che si raduna attorno ad un progetto di Sinistra che vuole essere competitivo, se non alternativo, al PD. E la mia sofferenza si accentua ancor di più nel vedere salire sul palco a sostenere quel progetto uomini come Pietro Grasso, e altri come lui, perché per me hanno rappresentato e rappresentano riferimenti ideali nelle battaglie sociali e civili. Sì, la Politica è anche sofferenza ma la storia molte volte va oltre la contingenza per disegnare traiettorie inedite. Per questo io ho riguardo per l’iniziativa di Mdp, Si e Possibile e vorrei altrettanto riguardo da parte loro. Se la strategia li obbliga ad esprimere giudizi così negativi sul PD almeno abbiano cura delle persone del PD perché ad oggi nessuno è così lindo da potersi permettere la distribuzione di abilitazioni politiche particolari.

Ho detto che non giudico ma sono certo che la nuova lista unitaria rappresenterà un vantaggio per le destre italiane alle prossime elezioni politiche.

Guardo al futuro e resto convinto che ci sarà un “dopo”, non per forza un “dopo” elezioni 2018, ma un momento, più in là nel tempo, in cui gli attuali Partiti saranno inadeguati a contenere il desiderio di battersi per una società migliore. Una società che avrà bisogno di una sinistra non per forza del tutto unita ma almeno in grado di non dividere chi è, o vuole essere, coraggioso nell’affermazione dell’equità e della giustizia sociale.

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Centro sinistra: prima una coalizione poi il leader della coalizione.

Ago e filo per individuare un nuovo terreno comune con medesimi valori e stesse priorità programmatiche.

Cerchiamo di capirci. Nel 2018 e nel 2019, prima con le elezioni politiche e poi con le Regionali e Amministrative, affronteremo il giudizio dei cittadini con leggi elettorali che avvantaggeranno le coalizioni. Questa verità non genererà un automatismo tale per cui tutti i partiti saranno costretti ad alleanze certe, tant’è che il Movimento Cinque Stelle di sicuro sarà un competitor autonomo. Per ragioni opposte la questione non riguarda nemmeno il centro destra siccome appare evidente che l’eterno Berlusconi non si lascerà sfuggire l’opportunità di vincere mostrando la fotografia insieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il tema da svolgere sulla coalizione riguarda il PD e tutto il centro sinistra. Ma con quali contenuti? Sì, i contenuti, perché le Primarie per il leader non rappresentano un contenuto. Prive di Politica le Primarie determinano solo un soggetto a capo di un cartello elettorale. Quindi prima del nome o dei nomi ripartiamo dalle idee, dal progetto che abbiamo per l’Italia e per L’Europa. Ripartiamo da un minimo comune denominatore di valori e di priorità programmatiche, questioni vere, che interessano i cittadini e che delimitano il campo comune delle identità per i Partiti della coalizione. In quel campo condiviso potremo muoverci in autonomia valorizzando le differenze che rappresenteranno un valore aggiunto non il limite delle incompatibilità. Dopo, solo dopo, decideremo insieme quale sarà il leader. Ad oggi io sono un iscritto del PD, un Partito che è dotato di uno Statuto poco chiaro in diversi articoli ma senza possibilità di interpretazioni sulla candidatura del segretario alla Presidenza del Consiglio. In quella coalizione il mio Segretario deve essere il candidato del PD alle Primarie di coalizione. Non ho dubbi. Ma è il mio Segretario che ci deve assicurare che può costruire le condizioni preliminari, cioè la coalizione elettoralmente competitiva fondata su valori e su programmi condivisi. Il punto vero è che Renzi da solo non basta: devono fare altrettanto gli altri Partiti della sperduta galassia della sinistra. A meno che gli altri Partiti della sinistra siano convinti che l’obiettivo è l’eliminazione politica di Matteo Renzi oppure che il PD non sia un Partito per alleanze a sinistra. Sarebbe una follia ma se così fosse…

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Avremmo bisogno semplicemente di un Partito normale.

PD, Congressi di Circolo e Congressi provinciali. Più in là quello regionale.

 

Tra qualche settimana inizierà la stagione dei congressi di circolo e dei congressi provinciali del Partito Democratico. Quindi anche nella nostra provincia avvieremo le procedure per eleggere i gruppi dirigenti locali che avranno il compito non semplice di affrontare i passaggi politici per il prossimo quadriennio.

Gli iscritti saranno gli unici a potersi esprimere, vedremo nei prossimi mesi se verranno nuovamente utilizzate le Primarie aperte a tutti gli elettori per la scelta dei segretari Regionali, scelta prevista più in là nel tempo. Dico subito che sull’argomento – Segretario Regionale – la discussione non può essere svolta esclusivamente dentro le mura torinesi per di più solo tra soggetti della medesima componente politica. Per come si è aperto il confronto nelle schermaglie agostane, e se così dovesse proseguire, mi pare del tutto naturale immaginare una reazione segnata da candidature con caratteristiche differenti da quelle che i giornali riportano. Ma per questo appuntamento tutti abbiamo ancora del tempo e hanno del tempo anche quelli che dovranno essere più inclusivi se vorranno provare a vincere.

Non abbiamo invece molto tempo per decidere il da farsi nei Circoli e nelle Unioni provinciali. C’è un errore che non dovremmo commettere: la corsa al tesseramento, i pacchetti di tessere utili solo ad imporre un segretario funzionale a qualche progetto. E di solito i progetti in queste vicende non sono mai per i cittadini.

Per essere un Partito normale avremmo bisogno di un confronto politico serio sul futuro dei nostri territori. E’ un’occasione incredibile che non possiamo gettare al vento in quanto più interessati alle sfide muscolari tra filiere di dirigenti. L’occasione dei congressi è quella di un confronto sulle prospettive che riguardano le piccole e grandi questioni di interesse pubblico: posso fare un elenco, ognuno può fare il suo, di certo il PD dovrà posizionarsi nel dibattito sulla gestione dei rifiuti, sulla sanità, sul trasporto pubblico locale, sullo sviluppo economico, sul lavoro e su tanto d’altro.

In un Partito normale dovremmo dividerci su idee diverse per il futuro, non sulla scelta dei nomi che potrebbero garantire più tranquillità per il futuro delle prossime candidature.

Il 2018 sarà l’anno delle elezioni Politiche, e vedremo che capiterà e con quale legge elettorale; il 2019 sarà l’anno delle elezioni regionali e delle amministrative dove andranno al voto città come Novi Ligure, Tortona, Casale Monferrato, Ovada, e lì avremo bisogno di coalizioni competitive. Quello che voglio dire è che nell’approccio con quegli appuntamenti possiamo provare a cancellare il passato ma la verità è che veniamo da filotti perdenti di assoluto rilievo come le Amministrative 2016 di Torino, il Referendum del dicembre scorso e le Amministrative 2017 di Alessandria.

Per tornare ad essere vincenti alle elezioni non basta raddoppiare il tesseramento, non basta stringere accordi e “accordicchi” e non basta chiedere al mondo di girare sempre attorno agli stessi.

Facciamo attenzione perché quei metodi hanno i giorni contati; alla fine sono sempre gli elettori che decidono e per convincerli gli argomenti sono altri. Sta a noi riconoscerli.

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PD Alessandria: in sintonia con i pensieri della città evitando personalismi, cerchie ristrette e banalizzazioni.

 

Lettera aperta

Caro Segretario, cara Presidente, care e cari tutti,

 

abbiamo perso. Abbiamo perso tutti, nessuno escluso, in verità qualcuno ha perso più di altri ma la sostanza è la stessa. Ha perso il segretario nazionale, la candidata a Sindaco, il Partito, la coalizione. Nessuno si senta escluso in questa sconfitta e nessuno tenti la via breve dell’autoassoluzione, in fondo c’è chi cade a terra, ammette la caduta e si rialza, e c’è chi pretende di non essere caduto e comincia irrimediabilmente a divorziare dalla realtà. La questione vera è comprendere le ragioni della sconfitta e per questa attività abbiamo bisogno ancora un po’ di tempo, qualche settimana in più per consentire alla quiete di riportare ordine. Certo è che in Alessandria, ma non solo in Alessandria, come in una tempesta perfetta si sono sovrapposte diverse congiunture sfavorevoli. Può non piacerci ma la verità è che in questa fase storica il Partito Democratico quando deve affrontare le elezioni con un sistema maggioritario con doppio turno soffre tremendamente nel fare coalizioni e alleanze vincenti. E sul tema insiste una ragione di fondo: siamo al Governo della Nazione con grande senso di responsabilità ma con una continua e costante (anche se su alcuni argomenti poco comprensibile) tensione mossa dai partiti con cui alle amministrative abbiamo costruito la coalizione, una tensione a cui il segretario nazionale risponde non certo con i fiori. Abbiamo diviso i dirigenti, ma in Alessandria i dirigenti abbiamo fatto in fretta a riunirli; il problema è che in Alessandria e in Italia abbiamo abituato il nostro popolo al conflitto interno e alle urne non lo abbiamo più ritrovato sotto la medesima bandiera.

Inoltre il PD è in calo non solo nei sondaggi, che valgono quello che valgono, è in calo nelle speranze degli italiani per non aver saputo, o potuto, affrontare alcune grandi questioni sociali che hanno a che fare con i diritti delle persone. Dal 2014 ad oggi abbiamo messo in fila una sequenza di sconfitte elettorali e referendarie che dovrebbero almeno imporci una seria riflessione, attività che pensiamo, sbagliandoci, di aver svolto con le ultime Primarie. Vogliamo ancora una volta ribadire con semplicità che è chiaro da tempo che i congressi finiscono il giorno dopo e che l’ago non va utilizzato in politica per pungere ma per cucire; non siamo interessati ad indebolire nessuno, tantomeno il Segretario Nazionale, però cosa deve ancora capitare per capire che così facendo rischiamo tutti di sbattere contro i prossimi muri? Forse salveremo un pezzo di classe dirigente ma non metteremo in sicurezza l’Italia dall’avanzata delle destre e del populismo.

 

Poi restano sul tavolo le ragioni tutte locali della sconfitta. Ed è proprio su queste che abbiamo bisogno più tempo per l’analisi. Intanto abbiamo capito che la buona amministrazione è la premessa per poter essere ricandidati ma non è la garanzia per poter vincere. La sintesi politica è più o meno questa: abbiamo risanato i conti dell’amministrazione e gli elettori hanno riconsegnato la città alla parte politica che ha generato in buona misura i problemi. Non consoliamoci con la retorica, qui non è che non ci hanno capiti o che non siamo stati bravi a comunicare quanto era complicato amministrare. Qui, in questa storia, in questa città, c’è stato un giudizio politico gemmato da un radicamento culturale a noi avverso che sotto traccia ha determinato la sconfitta. Su questo punto dobbiamo concentrare l’analisi. E allora forza! E’ arrivato il tempo per un dibattito, nuovo, aperto, inclusivo e privo di infingimenti; abbiamo bisogno di riconnetterci con i pensieri della città evitando personalismi, cerchie ristrette e banalizzazioni che rischiano d’essere il vero e grande nemico del PD di Alessandria per i prossimi mesi.

 

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Alleanze

 

 

PD: chiarezza sulle alleanze.

Per le Regionali e per le Comunali 2019 c’è tempo ma non esistono spazi per alternative al centro sinistra.

Seguo con interesse l’evoluzione del dibattito politico nazionale in particolare nel campo del centro sinistra e confesso tutte le mie preoccupazioni. Per rasserenare gli animi è bene premettere che non serve attaccare nessuno ed è superficiale il metodo ripetuto più volte a sinistra dell’eliminazione del leader per eliminare i problemi. In verità la storia è lì a dimostrare esattamente il contrario. Quindi, se ci sono problemi, e con tutta evidenza i problemi ci sono, il nostro obiettivo non è quello di risolverli contribuendo a sfiduciare Matteo Renzi. C’è un però.  Dobbiamo fare insieme un’analisi che ci permetta di capire le vere ragioni che hanno costretto il PD lungo un precipitoso declino : siamo stati nel 2014 una speranza per l’Italia, nel dicembre 2016 abbiamo perso il referendum costituzionale su cui giocavamo la nostra partita più importante e alle elezioni amministrative di quest’anno siamo stati vissuti dalla maggioranza degli elettori come un problema per l’Italia. Non possiamo banalizzare questo pezzo di storia adducendo motivazioni che non riguardano la conduzione del Partito e l’orizzonte verso cui stiamo procedendo. E allora, con serietà, proviamo a ridefinire l’ordine delle priorità delle nostre politiche adeguandoci ad una società che è repentinamente cambiata. Abbiamo aperto varchi inaspettati nelle scelte per i diritti civili e c’è da chiedersi perché non fare altrettanto con i diritti sociali. Non possiamo negare che viviamo un tempo dove ritornano ad essere a rischio alcune questioni che incidono sulla qualità della Democrazia di un Paese. La garanzia del diritto alla Salute o le prospettive per un lavoro stabile, sono solo due voci tra le tante che meriterebbero più attenzione e politiche più efficaci. E su questo fronte non possiamo schierarci in solitudine o in coalizione a seconda della legge elettorale. Spieghiamoci. Vorremmo tanto che il PD fosse autosufficiente nelle sfide elettorali a partire dalle prossime Politiche. Vorremmo che la nostra proposta non finisse nella rete del confronto con le proposte di altri soggetti politici. Lo vorremmo tutti noi ma in particolare, lo capisco, lo vorrebbe il segretario nazionale perchè la sua proposta è già stata oggetto di valutazione del popolo delle Primarie alcuni mesi fa. Ma questo non basta per vincere. In un sistema elettorale proporzionale questo serve a rafforzare un’identità, quindi ad ottenere più voti, ma il giorno dopo le elezioni comunque saremmo costretti a siglare nuovi patti programmatici con chi è più simile al PD per farsi carico del Governo del Paese. Qui sta il punto e bisogna far chiarezza. Molti di noi continuano a sostenere che le coalizioni si costruiscono prima del voto a prescindere dalla legge elettorale, e comunque, che faremo quando saremo di fronte al maggioritario con certezze sin dal principio sul candidato alla presidenza delle Regioni o sul candidato Sindaco? In quel senso sta la necessità di riaprire un confronto con chi ha costruito casa alla sinistra del PD.  L’alternativa alla coalizione del centrosinistra sta nei numeri e porta inesorabilmente verso il centro destra. Per carità, forse nulla di impressionante per qualche enclave fiorentina ma per molti di noi quell’ipotesi, perché altro non è, resta un’ipotesi impraticabile sulla quale chiameremmo i nostri iscritti ad esprimersi. Infine, mentre amministriamo in coalizioni di centrosinistra, tra meno di un anno saremo chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento e tra meno di due per tantissime Amministrazioni Comunali e per il Consiglio Regionale del Piemonte. Con il dovuto rispetto per il paragone non vorremmo che qualcuno nel PD si preparasse alla guida di una coalizione con la speranza di mettere in imbarazzo Claudia Porchietto o Alberto Cirio nel scegliere se stare con noi o con quel che resta del centro destra.  

Domenico Ravetti – Consigliere Regionale

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Fidatevi di loro

Domenica 11 giugno in molte città si apriranno i seggi per scegliere il sindaco e i consiglieri comunali. Nella nostra provincia, oltre a diversi piccoli e medi Comuni, andranno al voto Alessandria e Acqui Terme.

So bene che questo è un periodo in cui la politica è vissuta con distacco,  con sospetto, addirittura spesso è considerata come la causa delle tante difficoltà che ogni giorno affrontate. Ne sono consapevole e ho buone ragioni per comprendere che avete maturato quel giudizio negli anni sul terreno degli errori commessi.

Eppure “politica” resta una bella parola se preceduta da aggettivi che la qualificano: buona, responsabile, competente, equilibrata, onesta. Questi aggettivi abbinati al sostantivo “politica” non sempre, a dire il vero quasi mai, ci convincono; così è capitato che molti elettori hanno scelto alternative che hanno appagato il senso di rivalsa nei confronti di un presunto sistema ma che nel  breve e medio periodo si sono rivelate non idonee  all’amministrazione dei nostri Comuni.  E negli ultimi mesi e giorni sono emersi alcuni evidenti esempi a sostegno di quello che ho scritto.

Guardate, potete andare al mare o potete apporre una croce sul simbolo che più di altri restituisce un senso di liberazione. Fatelo, molti lo faranno, ma sbagliereste; sarebbe pur un gesto liberatorio ma inutile e isolato. Domenica in palio c’è una parte più o meno marginale della soluzione dei vostri  problemi, non c’è un gioco a mandare a quel paese qualcuno.

Io dico centro sinistra, e in particolare io dico PD. Lo dico per ciò che è stato fatto negli ultimi cinque anni e per quello che si intenderà fare nei prossimi cinque. Questo non basta? Questo argomento non è stato e non sarà sufficiente a convincervi?

Allora aggiungo con ancora più forza che in quelle liste sono state candidate parecchie persone che conosco e alcune sono certo che le conoscete pure voi.

Sono cittadini buoni e responsabili; hanno dimostrato competenza amministrativa e capacità nelle loro attività professionali; sono riconosciuti per equilibrio e per onestà. Sono giovani impegnati nelle associazioni di volontariato, sono studenti.

Li conosco, per me sono i pilastri su cui costruire la politica di cui abbiamo bisogno. Fidatevi di loro.

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No al ritorno al passato. Serve una coalizione nuova nel campo del centro sinistra.

Il PD si impegni a costruirla e Renzi si candidi a guidarla attraverso le Primarie.

Alcuni fra noi dicevano durante il congresso del PD, terminato con le Primarie vinte da Matteo Renzi, che correvamo il rischio di rivivere una nuova stagione di intese più o meno larghe con personalità significative del centro destra, in particolare con l’immarcescibile Silvio Berlusconi. Al primo bivio, quello della legge elettorale, il rischio si è trasformato in qualcosa che assomiglia molto alla realtà. A preoccupare non è il tentativo legittimo di definire assi politici tra le parti che sostengono alcune riforme, ad esempio quella della legge elettorale ( che è un po’come scegliere insieme le regole del gioco ). A preoccupare, almeno, a preoccuparmi, è il fatto che non vedo all’orizzonte coalizioni alternative per il Governo del Paese e non mi appaga il pretesto, la cui semina ho già notato, volto a dimostrare che ci sono delle colpe e stanno alla sinistra del PD. Il tema non è l’antipatia o la simpatia degli uni verso gli altri. Il tema è il progetto della classe dirigente che si candida a Governare per il bene dell’Italia. Qualcosa di chiaro, leggibile e che inevitabilmente ha bisogno di una coalizione di Partiti coesi e compatibili fra loro. Oppure mi si dica che evochiamo l’idea del Partito a vocazione maggioritaria, cioè l’autosufficienza del 40%,  ma pratichiamo nella sostanza la politica del proporzionale dove ognuno è per sé, ma solo durante la campagna elettorale. Poi ognuno è con chi ci sta a fare una maggioranza a prescindere dal programma.

Per questo sarebbe utile che il nostro segretario non esitasse a dirci con semplicità che Nazareno gli ricorda solo Nazaret e non un patto con Berlusconi. E sempre il nostro segretario, sarebbe utile si impegnasse con determinazione a porre le basi per una coalizione molto simile a quella che in tante città i nostri candidati a sindaco presentano agli elettori. Se ascoltasse un consiglio di uno che alla Leopolda non c’è mai stato forse ne ricaverebbe l’autenticità: si candidi a guidare questa nuova coalizione attraverso le Primarie. Faccia qualcosa di nuovo, sia capace di instaurare un dialogo diverso con le generazioni del 2000. E al contempo ricostruisca un progetto con radici profonde che muova le sue ragioni dalle tensioni ideali del socialismo per incontrare quelle della dottrina sociale cattolica. Roba antica, come sono antiche e mai risolte le grandi questioni sociali del lavoro, della salute della formazione scolastica e professionale; fragilità che tuttora sono un tratto distintivo di un numero sempre più crescente di italiani.

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