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600 mila euro per i centri storici dei Comuni della core zone Monferrato Unesco.

Domenico Ravetti (capogruppo PD): “Fatti, non parole, per lo sviluppo dei Comuni del Monferrato Unesco”

Nella Missione 20 (Fondi e accantonamenti) del bilancio di previsione finanziario 2018 – 2020 è approvato il fondo per la partecipazione finanziaria ad accordi di programma. In questo contesto, durante i lavori della I Commissione del Consiglio Regionale, abbiamo aggiornato l’elenco delle opere oggetto di accordi di programma e, tra queste, la valorizzazione del territorio del Monferrato partendo dai Comuni della core zone dell’Unesco.

Si tratta della riqualificazione dei centri storici per un importo di 600 mila euro a cui, ovviamente, andrà aggiunta una quota dei Comuni stessi. Le riqualificazioni dovranno valorizzare il patrimonio che gli Infernot rappresentano nel mondo.

In sostanza abbiamo espresso un parere favorevole alla proposta di sostegno economico volta a migliorare i centri storici di Camagna Monferrato, Cella Monte, Frassinello Monferrato, Olivola, Ottiglio, Ozzano Monferrato, Rosignano Monferrato, Sala Monferrato e Vignale Monferrato. E’ un fatto, non è una vaga intenzione, che rafforza il progetto di sviluppo turistico per i territori del Monferrato Unesco e per l’intera Provincia.

Tra Furia e Zingaretti.

Se oggi dovessi scegliere il Segretario per il Congresso nazionale del PD previsto per marzo non avrei molti dubbi. E la risposta correrebbe sul filo della mia coerenza nata tempo fa con il sostegno a Bersani e passata attorno (o dentro) alla testimonianza di una sinistra che non voleva perdersi in due diversi Congressi con Gianni Cuperlo e Andrea Orlando, mentre la maggioranza seguiva le traiettorie renziane. E’ la mia coerenza ma non giudico altri comportamenti anche perché è cambiato lo scenario politico nel PD e con esso inevitabilmente il posizionamento dei singoli. Io sosterrò Nicola Zingaretti per coerenza appunto ma anche per un’idea di Partito e di società che Nicola potenzialmente può rappresentare. Ha nella sua storia un buon elenco di vittorie non solo elettorali, quelle contano eccome, ma contano anche quelle strettamente connesse ai problemi delle persone. La candidatura di Zingaretti la sento appartenere ad un vissuto che mi riguarda e che riguarda il trattino che collega le parole ai fatti, le intenzioni al coraggio delle responsabilità. Un cammino che unisce e che credo possa restituire speranze alla sinistra e agli italiani. E che può unire più del cammino che altri candidati indicano, tra questi Minniti e Martina che comunque apprezzo e che non percepisco come rappresentanti di un mondo a me ostile. Voglio dire che se non vincesse Zingaretti non mi organizzerei contro il Segretario con l’obiettivo di indebolirlo e con lui indebolire la sua maggioranza.

Sul Congresso regionale voglio essere altrettanto chiaro: il gruppo dirigente, nella sua complessità, ha commesso una serie di errori che hanno generato un canovaccio competitivo. I tempi differenti dei Congressi Nazionale e Regionale e la situazione pre elettorale del Piemonte suggerivano una soluzione unitaria che superasse le insidie della conta tra le fazioni. Ho il rammarico di non aver svolto il mio compito fino in fondo; forse da capogruppo avrei potuto fare di più o fare meglio. Comunque così è finita e adesso sono in campo tre candidati. Tra questi sosterrò Paolo Furia. Non ho parlato con lui, per ora, e non ho una ragione personale per votarlo. Ho ascoltato nei suoi interventi il talento puro di chi ha la politica addosso e la passione sana, direi rara, per un giovane uomo di sinistra. Ma non ci sono accordi tra noi, per altro non saprei che accordi fare. C’è ancora una volta tutta la mia coerenza, c’è l’istinto, più che la ragione, che mi fa stare da quella parte per provare a cambiare con umiltà e determinazione quello che mi sembra necessario cambiare. Ancora una volta non scelgo il candidato che mi conviene ma il pensiero che trovo giusto, almeno dal mio punto di vista e per la mia storia. Il giorno dopo il Congresso Nazionale per me sarà un giorno nuovo. Intendo dire che un Partito che sceglie il suo Segretario con le Primarie non deve continuare a dividersi anche il giorno dopo per aree interne “militarizzate”. Quelle aree generano comitati elettorali non una comunità politica e io, lo dico subito, non intendo affrontare le elezioni regionali offrendo ai nostri concittadini uno scontro tra bande armate in un PD sanguinante. Ho fatto e sto facendo il Capogruppo del PD e il Consigliere Regionale di Alessandria e della sua provincia. Così mi presenterò agli elettori quando sarà ora e se mi verrà chiesto. Però, c’è un però. Non perdiamo di vista le attenzioni degli italiani. Pensiamo forse che al mattino quando si sveglia un italiano il suo pensiero corre subito al nostro Congresso? Non ci pensa appena sveglio e non ci pensa nemmeno dopo il primo caffè. Imprenditori, giovani, operai, impiegati, professionisti, mamme, padri, pensionati, hanno ben altro per la testa. Utilizziamo il nostro tempo per parlare di loro più che di noi.

Infine, vedo già le prime schermaglie. Prima ho scritto dei miei propositi e il mio approccio nei confronti dei candidati Regionali e Nazionali e il senso del mio sostegno a Paolo Furia e a Nicola Zingaretti. La competizione è con la Lega e il M5S, più in generale con la destra nazionalista. Prudenzialmente pongo la questione sotto il campo degli auspici e affermo che, con il pretesto della sfida interna, non vorrei essere vissuto come un avversario innanzi tutto dai miei compagni (amici) del PD.

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Il PD del Piemonte e il Congresso Regionale in mezzo al guado.

 

A partire dal metodo, che in politica spesso viene prima del merito, il PD è da rivedere. Mesi e mesi fa, comunque prima del 4 marzo 2018, giorno delle nostre forche caudine, eleggemmo i Segretari di Circoli e i Segretari provinciali secondo uno schema unitario (o correntizio, a seconda dei casi) nato più o meno ai tempi del Congresso Nazionale 2017 Renzi – Orlando – Emiliano. Il 16 dicembre prossimo eleggeremo in Piemonte un Segretario in mezzo al guado, tra la sponda che stiamo lasciando e quella che troveremo dopo il Congresso Nazionale del marzo 2019. Dal guado all’altra sponda, sempre che l’acqua non superi le nostre altezze, dovremo decidere a cosa potrà ancora servire il PD e dove vorremo posizionarlo tra le persone, tra le loro esigenze, le paure e le speranze. Dal punto in cui ci troviamo dovremo muoverci, in fondo la decisione è sempre un viaggio che ci impone di uscire dalle nostre insicurezze. La decisione ci porta fuori dalla nostra mente, ci costringe a confrontarci con il mondo reale. La decisione implica anche la possibilità di fallire, di sbagliare. In altre parole, per decidere bisogna fare un passo in qualche direzione. L’importante è non restare fermi. Ma in mezzo al guado secondo quale logica scegliamo il gruppo dirigente piemontese e il suo Segretario? Forse quella della sponda che abbiamo appena lasciato, quella delle forche caudine? Certamente non secondo la logica della sponda che ancora non conosciamo perché il 16 dicembre non sarà l’anteprima in salsa piemontese del Congresso Nazionale. Io credo si debba lavorare fino all’ultimo istante per una soluzione unitaria.

Anche perché se non avremo spazio e volontà per un Segretario Regionale unitario, di transizione, cioè con un incarico a tempo determinato, che accompagni il Partito dal punto in cui ci troviamo al posto in cui ci troveremo, e fin dopo le elezioni regionali del maggio 2019, non ci resterà che sceglierlo secondo altre logiche. Vedremo quali: conoscenza, amicizia, territorio, interesse, generazione. Logiche molto interne e poco popolari (del popolo). Mi si risparmi solo il criterio dei documenti programmatici perché in mezzo al guado il “programma” sarà un mero esercizio letterario o, ad esser buoni, una necessaria raccolta delle buone intenzioni. Sia chiaro, anche io sceglierò una mia logica. L’unico timore che ho è che questo metodo ci consegni dirigenti scelti in tre epoche talmente diverse tra loro da non sembrare nemmeno più dirigenti dello stesso Partito.

TERZO VALICO. “MI INTERESSANO I 2394 LAVORATORI E IL FUTURO DEL PIEMONTE.

Conclusa l’Audizione in II e III Commissione con le organizzazioni sindacali in merito alle ricadute occupazionali connesse alla realizzazione del Terzo Valico. Ho ribadito che è impensabile fermare l’Opera e che il Governo deve aiutare il Piemonte e l’intero Nord Ovest a terminarla per connettere il nostro territorio con il resto del mondo. Serve tenere alta l’attenzione su legalità, rispetto dell’ambiente e della salute, certezze economiche e sviluppi stabili legati in particolare alla logistica. Sono preoccupato dell’atteggiamento di Lega e M5S e lo scrivo dopo averlo detto chiaramente durante la Commissione, non per l’analisi costi – benefici ma per i pregiudizi. Peraltro la reazione dei colleghi del M5S al mio intervento mi ha lasciato basito. Hanno sostenuto che io li ho “presi per i fondelli”. Carissimi, io esprimo opinioni liberamente, come si dovrebbe fare in Democrazia e continuerò a farlo finché avrò voce. E, se proprio cercate lo scontro politico, vi dico che vorrei evitare a 2394 lavoratori impegnati nell’opera il vostro incerto “reddito di cittadinanza” a causa di licenziamenti improvvisi. In ogni caso per conto del Gruppo PD del Consiglio Regionale formalizzerò la richiesta di un Consiglio Regionale “aperto” sul tema delle Infrastrutture che meritano manutenzione, che devono essere completate o realizzate ex novo.

Non bastano nemmeno Libertà e Giustizia, la dignità di un popolo e l’equilibrio di una società vengono garantite soprattutto dallo sviluppo.

Popolo, sindacati e imprenditori, giovani e meno giovani devono sentire il profumo delle emozioni sociali e culturali rigeneranti, unitamente a una visione di società del futuro, concreta, visibile e misurabile

Ho ripreso alcuni passaggi dell’articolo di Franz Foti pubblicato sull’Huffingtonpost due settimane dopo la sconfitta del PD e di tutto il centrosinistra alle “Politiche” avvenuta il 4 marzo 2018. Le ho rilette con l’odore della sconfitta e il male delle ferite respirato e provato in quei giorni. Nelle parole ho ritrovato tuttora il rapido bisogno di ripartire, di rimettersi in cammino lungo un percorso nuovo in un terreno privo di zone confortevoli per gli attuali dirigenti del PD e della Sinistra. Dobbiamo metterci in discussione prima di iniziare una nuova discussione con il Popolo che c’è, soffre, sogna, ha paura, ha speranza, ha talento o da solo non ce la fa. Noi questo cammino non l’abbiamo ancora iniziato.

“…Il Partito della nazione o il Pd rigenerato, devono porre mano a un nuovo progetto politico e sociale, di democrazia interna (i circoli), ritessendo il rapporto con la società, dunque una vera sinistra sociale, legata ai bisogni concreti della comunità, con un progetto ambizioso e con strumenti di gestione democratica alternativi a quelli usati sino a ora. Il Pd, allo stato attuale, è già vecchio. A nulla servono rimpianti e detestabili critiche tra minoranze e maggioranze. Hanno perso ambedue e sonoramente. Il Pd oggi potrebbe ripartire da poli estremi, pensionati e nuove generazioni, strutturando piani straordinari per l’occupazione giovanile e i disoccupati. Riscrivendo lo stato sociale, puntando a facilitare l’accesso ai servizi per gli anziani e rivedendo l’assetto pensionistico sino a 1.000 euro mensili, rafforzando gradualmente tutte le pensioni per fasce di reddito. Progettando piani straordinari d’investimento nei settori dell’agricoltura, dell’ambiente, delle infrastrutture e del turismo nel sud. Riscrivendo la distribuzione della spesa pubblica, contemplando soprattutto le periferie nazionali (paesi e borghi) evitando di concentrarla prevalentemente nelle città capoluogo di regione. Collegando scuola e università ai vari sistemi di mercato del lavoro e alle nuove tecnologie facilitando le famiglie nel sostegno agli studi dei propri figli. Riformando il sistema dei diplomi, delle lauree e della specializzazione professionale entro il ciclo quinquennale, evitando lungaggini anacronistiche. Riformando radicalmente la Pubblica Amministrazione, tagliando quello che c’è da tagliare, ricorrendo anche al referendum. Tutto ciò deve essere sostenuto da un nuovo patto di democrazia e di rappresentanza politica con la società, ricomponendo la profonda frattura che tocca l’affidabilità e la trasparenza delle decisioni delle istituzioni pubbliche a ogni livello. Ripristinando la sicurezza nei quartieri e nelle città dove la libera circolazione sul territorio diventi ordinaria amministrazione. Garantendo diritti e doveri nel rispetto di un sistema di regole che garantisca anche l’espiazione delle pene. Un patto sociale quindi con le diverse comunità locali e nazionali per stroncare mafie e corruzione. Il volto morbido e arrendevole del lassismo verso mafie e corruzione deve essere riposto negli armadi dei ricordi. Non bastano nemmeno Libertà e Giustizia, sono valori inderogabili, ma la dignità di un popolo e l’equilibrio di una società, vengono garantite soprattutto dallo sviluppo. Popolo, sindacati e imprenditori, giovani e meno giovani devono sentire il profumo delle emozioni.

 

PD PIEMONTE: facciamo un Congresso Regionale per il Piemonte che verrà, non per il gruppo dirigente che vincerà.

E’ prevista per martedì prossimo la Direzione Regionale del PD che, tra le altre cose, adotterà il regolamento per il Congresso Regionale 2018.

L’ipotesi in discussione sembrerebbe quella di procedere con la presentazione delle candidature a Segretario entro inizio ottobre con le relative linee politico-programmatiche in vista di Primarie “aperte” da svolgersi entro la fine dello stesso mese. Mentre scrivo non ho ancora chiaro quali determinazioni verranno adottate nella prossima assemblea Nazionale. Nei prossimi giorni conosceremo i tempi e le modalità attraverso le quali il PD deciderà il suo futuro, con quali proposte politiche e con quali leader a rappresentarle. Qui in Piemonte mi auguro non si commetta un errore che riterrei dannoso, quasi propedeutico a generare ostacoli lungo il percorso da qui agli appuntamenti elettorali 2019. E l’errore potrebbe essere quello di un Congresso divisivo scollegato dalla vita dei piemontesi, dove l’unico strumento per contendere la vittoria è rappresentato dalle filiere di comando lungo le linee interne del Partito, filiere affaticate capaci di promuovere una partecipazione solo più parzialmente adeguata alle esigenze di un centrosinistra che in Piemonte deve darsi l’obiettivo di tornare a vincere.

A vedere la storia dall’osservatorio in cui mi trovo intravedo l’azzardo di un incomprensibile competizione e per il ruolo che ho credo sia doveroso esprimere pubblicamente le mie preoccupazioni. Corriamo il rischio di parlar di noi e di non avere attenzioni e tempo per parlare della società che sta fuori dalle nostre stanze, peraltro sempre meno abitate.

Un gruppo dirigente all’altezza della sfida dovrebbe riconoscere oggi le ragioni per un congresso unitario. Mi spiego meglio: questi tempi, ancor più perché precedenti al Congresso Nazionale, meritano un candidato unico alla segreteria regionale del Partito. Io non sono contrario ai gazebo di fine ottobre. Dico che sarebbero più utili le Primarie delle idee e dei progetti, e lo affermo pensando all’opportunità di condividerli con i nostri iscritti, con i cittadini, tutti i cittadini, quelli che ancora credono in noi e anche quelli che ci hanno voltato le spalle.

PD: COME UN FIORE NELL’ASFALTO (2)

PD: BASTA GALLEGGIARE. FACCIAMO IL CONGRESSO, SCEGLIAMO IL LEADER E DIAMO UNA SPERANZA AGLI ITALIANI.
Condivido l’intervento su La Repubblica di oggi a firma Elisabetta Gualmini (vice Presidente dell’Emilia Romagna). In sintesi ci chiede di uscire dalle logiche dei mestieranti da trincee interne del PD, quelle logiche utili solo a chi rimane a galla anche quando la nave affonda; sono quelli che sopravvivono a suon di tessere o con filiere di comando opache. Gualmini propone di sostenere chi può dare un nuovo inizio al PD e una speranza in cui credere agli elettori. Al contrario, un segretario che rassicuri i militanti o riassembli i quadri sarebbe “troppo poco e troppo tardi” e galleggiare con un reggente a tempo determinato sarebbe un suicidio. Se la nostra politica si riduce all’attesa degli errori dei sovranisti e populisti al Governo del Paese allora vuol dire che non abbiamo capito nessuna tra le tante lezioni che i cittadini ci hanno impartito da tre anni a questa parte. La nostra rinascita non passerà dal fallimento altrui. Europeismo contro sovranismo? Bene l’europeismo ma i termini non interessano alle persone soprattutto a quelle in difficoltà. Ciò che interessa è come vogliamo farci carico dei loro problemi e con quali soluzioni vogliamo proteggerli.

 

NON OLTRE IL PD MA OLTRE LE NOSTRE DIVISIONI.

Andiamo oltre le nostre divisioni. Non parliamo più esclusivamente di noi, peraltro con un linguaggio che le persone normali non comprendono. Le persone normali, per esempio, sono quelle che oggi la ricerca Istat ha quantificato in 5 milioni che vivono in povertà assoluta, particolarmente nelle grandi città e comunque in città con più di 50 mila abitanti. E tra queste persone, in uno spaventoso aumento progressivo, 2.4 milioni sono donne e 1.2 milioni sono bambini. Non parliamo più esclusivamente di noi, parliamo dei 700 mila giovani senza tutele della gig economy, che non è un comparto lavorativo del futuro ma un metodo per sfruttare l’uomo. Non parliamo più esclusivamente di noi ma dei quasi 5 milioni di italiani che per ragioni economiche rinunciano alle cure sanitarie o attendono mesi e mesi prima di poter fare un esame o un intervento. Parliamo del sistema sanitario pubblico che non ha più lo stesso profilo universalistico di un tempo. Parliamo degli anziani non autosufficienti il cui costo in una struttura socio sanitaria diventa gradualmente insopportabile. Parliamo dei ragazzi che non trovano un lavoro e dei lavoratori anziani che non riescono ad accedere alla pensione. Parliamo dei commercianti e degli artigiani, del sistema fiscale che li uccide. Parliamo della scuola, dei diritti degli insegnanti, per far vincere ai nostri studenti la sfida più affascinante, quella del “sapere” e della “cultura”. Torniamo ad essere una speranza per le persone normali ma non con le formule antiche della politica, perché semplicemente quelle persone ci chiedono concretezza, unità, passione, coraggio e la gioia di iniziare un cammino nuovo. Facciamo tutti un passo indietro, evitiamo le filiere delle tessere o le truppe delle Primarie; per andare oltre le nostre divisioni per un po’ perdiamoci di vista, il periodo è pure quello giusto, e ritroviamoci non nuovi e nemmeno moderni, ma adeguati. Faremo un congresso, avremo un profilo politico, torneremo ad essere una speranza e, ne sono certo, troveremo anche un nuovo leader.

All’Italia serve un Governo, al PD un congresso

Fosse Politica ci troveremmo di fronte ad uno scenario chiaro con tre piste possibili: nessun Partito e nessuna coalizione hanno i numeri per formare un Governo per cui (1) o si procede con patti tra soggetti che il 4 marzo sono stati in competizione tra loro o (2) tutti, nessuno escluso, sostengono un Governo Istituzionale per un anno (o due) con punti programmatici decisivi per il Paese oppure (3) si torna subito al voto. I panettieri Di Maio e Salvini aprono e chiudono “i forni” del dialogo con la leggerezza dei passi di una etoile della danza. In un primo momento sembravano pronti a fare insieme le trecce, poi non si sono più guardati in faccia come i fidanzati delusi. Però, attenzione, dato che il feeling programmatico esiste davvero, i due potrebbero nuovamente tentare la liaison.

Nella pista 1 resta intera, anche se con qualche crepa, l’ipotesi del “Governo di minoranza” cioè di un Esecutivo (pentastellato o di centrodestra) a cui verrebbe garantito il sostegno con voti a favore o con l’astensione sui singoli provvedimenti legislativi. In poche realtà Europee per qualche tempo ha funzionato ma, se mi è concesso un giudizio, qui da noi non funzionerebbe per scarsa attitudine alla Buona Politica.  La pista 3 è quella praticabile e per me quella giusta, o forse quella che ci meritiamo, ma a patto che qualcuno, rebus sic stantibus, approvi una legge elettorale con un premio di maggioranza alla coalizione che arriva d’avanti alle altre. La “questione”, per usare parole desuete, è il PD e lo spazio che gli viene riservato dagli elettori, non quello che i dirigenti vorrebbero. Fosse politica. Ma non ne sono certo. Dobbiamo capirci sul titolo del tema perché c’è una differenza sostanziale tra Renzi e Il dopo Renzi. Se è Renzi il titolo, lo svolgimento più o meno è chiaro, si può essere favorevoli o contrari ma il tracciato riformista e autonomo, almeno dal resto della sinistra, lo conosciamo. Se il titolo è Il dopo Renzi, facciamo attenzione perché nulla è chiaro. Intanto servirebbe un congresso vero, non una conta delle tessere o degli elettori, sempre meno, delle Primarie. Un congresso servirebbe per definire la linea politica, si diceva un tempo, le alleanze e la leadership. Ma se è Renzi il titolo, sia Renzi a ricandidarsi a Segretario Nazionale, non un suo insipido surrogato. Se è Il dopo Renzi, al suo segnale scatenate il congresso.

Come fosse un messaggio in bottiglia affidato alle onde

Uniti, con un’identità diversa e all’opposizione

Da tre anni a questa parte il giorno dopo le elezioni o il referendum scrivo: abbiamo perso. Anche ora, dopo il 4 marzo, scrivo – abbiamo perso -. L’Italia è da un’altra parte, non affida più a noi le sue speranze, è un’Italia impaurita ed arrabbiata che si rivolge al M5S e alla Lega. E questa verità può non piacerci ma resta la verità evidenziata segno dopo segno sulle schede elettorali. Questa condizione è la stessa che vivono quasi tutti i Paese dell’area europea con la sinistra riformista in difficoltà ovunque, praticamente ininfluente, se non in Germania ma solo perché fondamentale nella composizione del nuovo Governo Merkel. Lavoro, protezione sociale, immigrazione sono i temi su cui non abbiamo scampo e questo a prescindere da cosa è stato o cosa non è stato fatto. L’elettore, se preferite il cittadino, in larga misura, imputa a noi l’elenco degli errori convinto che abbiamo diffuso molte più insicurezze che certezze. Le nostre Riforme e il nostro salvataggio dei Conti Pubblici non hanno cambiato la quotidianità di chi ha problemi da risolvere, o forse i cambiamenti non sono stati percepiti; fatto sta che la nostra azione di Governo ci ha reso marginali. Il mio Partito, il PD, dal 40% del 2014 è passato al 19%. Basta affermare che è tutta colpa di Matteo Renzi per tornare a livelli di decenza elettorale? Non basta. Per me sarebbe più semplice affermarlo siccome non l’ho mai sostenuto nelle Primarie a cui ha partecipato, ma so bene che non risolverei mezzo problema e non offrirei una prospettiva politica. Prendiamoci il tempo necessario per capire come potremo ritornare ad essere utili alle persone e riflettiamo sul fatto che non abbiamo più un sogno da offrire agli Italiani. Soprattutto evitiamo le fulminanti conte interne tra quel che è rimasto del gruppo dirigente locale e territoriale. Per ripartire bene abbiamo bisogno di tre premesse: 1) il centrosinistra ha un senso solo se unito e il cammino da adesso in poi deve ostinatamente tendere verso la condivisione. 2) Il problema non è Renzi, nemmeno il renzismo. Anzi, sono parti del PD. Ma Renzi e il renzismo non possono più rappresentare la sintesi e l’identità del centrosinistra. Non lo dico io, l’hanno detto i cittadini con il voto. 3) dobbiamo trascorrere del tempo all’opposizione in Parlamento. Ci farà bene.